STRATEGIE

La Cina vuole il primato nei chip, stipendi d’oro per sottrarre talenti a Taiwan

Dal 2014 i colossi cinesi dei semiconduttori hanno assunto 1.300 ingegneri specializzati taiwanesi, con un’escalation negli ultimi mesi in reazione alla tech war innescata da Trump e all’affaire Zte. Pechino vuole ridurre la dipendenza dall’export e far crescere l’industria nazionale

Pubblicato il 04 Set 2018

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L’industria dei semiconduttori è sempre più il “fronte caldo” nello scontro commerciale tra Usa e Cina: in palio c’è il primato sulle nuove tecnologie, ma mentre su intelligenza artificiale, 5G, Internet of Things e auto a guida autonoma la Cina è ben posizionata per centrare gli obiettivi della strategia industriale “Made in China 2025”, uno dei punti deboli sul fronte tecnologico è rappresentato dai semiconduttori, settore in cui il primato è saldamente nelle mani di Stati Uniti, Corea del Sud, Taiwan. La guerra dei dazi innescata dal presidente americano Donald Trump colpisce molti dei prodotti tecnologici cinesi e limita l’accesso di Pechino alla proprietà intellettuale statunitense e il governo della Repubblica popolare ha chiesto alle sue aziende di ricorrere il più possibile a tecnologie provenienti da Europa, Giappone, Corea e Taiwan. Nel caso di Taiwan, le mosse di Pechino sono particolarmente aggressive perché puntano anche a sottrarre talenti. La spinta è iniziata nel 2014, poco prima dell’avvio della strategia Made in China 2025, ma si è ora intensificata.

Secondo dati della China Semiconductor Industry Association riportati da Reuters, la Cina ha importato semiconduttori nel 2017 per un valore di 260 miliardi di dollari, più di quanto abbia speso per importare greggio. I chip prodotti internamente hanno rappresentato meno del 20% della domanda cinese; l’obiettivo della strategia Made in China 2025 è di arrivare al 40%. Nel 2014 Pechino ha dato vita a un fondo da 22 miliardi di dollari per sviluppare l’industria nazionale dei chip e da allora, stima la società di Taipei H&L Management Consultants, oltre mille ingegneri altamente qualificati si sono trasferiti da aziende dei semiconduttori di Taiwan, come Novatek Microelectronics, verso la Cina attratti da sostanziosi aumenti di stipendio e benefit su affitti e trasferimenti. Quest’anno altri 300 ingegneri senior sono andati a lavorare in Cina da Taiwan.

Le offerte arrivano da gruppi cinesi molto dotati finanziariamente come Semiconductor Manufacturing International Corp (SMIC) o SiEn (QingDao) Integrated Circuits Company Ltd e si sono fatte più accattivanti dopo il caso Zte, il vendor cinese cui gli Stati Uniti hanno imposto ad aprile il divieto di acquistare componenti (tra cui chip) da produttori americani. Il bando è stato rimosso ad agosto, ma Pechino resta in guardia, anche perché i chip venduti dalla Cina verso gli Usa (insieme a molti altri prodotti hitech) sono ora soggetti a un dazio del 25% e ciò rende i semiconduttori Made in China, già tecnologicamente non alla pari di quelli disegnati in altri paesi, meno convenienti anche nel prezzo, a vantaggio dei prodotti concorrenti di Taiwan o Corea del Sud. SMIC, SiEn e le altre giocano dunque la carta degli stipendi d’oro. Tre anni alle condizioni dei chipmaker cinesi equivalgono a dieci anni di lavoro a Taiwan, dicono da H&L.

Una fonte di SiEn ha rivelato a Reuters che un terzo dei 120 ingegneri assunti recentemente arrivano da Taiwan: “Abbiamo fame di talenti”, ha detto. Fonti statali hanno indicato che l’industria dei semiconduttori cinesi impiega 400.000 professionisti a fine 2017 ma ne serviranno 720.000 nel 2020.

Taiwan osserva con preoccupazione l’emorragia di risorse altamente qualificate: negli scorsi anni ha imposto il divieto per chipmaker come Taiwan Semiconductor Manufacturing (fornitore chiave per Apple) di trasferire attività avanzate in Cina ma ora che sono le persone a spostarsi il governo è intervenuto con sgravi fiscali alle imprese che permettono di alzare gli stipendi e i benefit. Resta il timore della perdita dell’asset di maggior valore, la proprietà intellettuale, che potrebbe permettere alla Cina di fare il salto non solo sui volumi prodotti ma soprattutto sulla qualità dei propri semiconduttori.

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