L'INTERVISTA

5G e limiti elettromagnetici, Bussone: “Sì al rialzo e la priorità sono gli investimenti”

Il presidente dell’Uncem evidenzia le forti lacune nei territori montani, aree in grave e crescente digital divide: “Mancano le reti veloci fisse e il segnale mobile fa acqua da tutte le parti. Serve più impegno da parte dello Stato e degli operatori, non si perda altro tempo”

Pubblicato il 11 Ago 2023

16_10_2017 Presentazione Premio letterario Forte di Exilles - Laura Mancinelli. Nella foto Bussone

Sulla telefonia mobile si rischia la tempesta perfetta. Il Governo non ha approvato la revisione dei limiti elettromagnetici, non ne comprendiamo la ragione considerata l’enorme importanza della misura per spingere le reti 5G. E peraltro in questo modo non si fa che dare un assist ai contrari, a coloro che fanno leva sulle paure alimentate dalle fake news sui pericoli per la salute umana. Ma c’è da dire che la questione dei limiti non è l’unica a mettere in stallo il Paese: troppo scarsi gli investimenti da parte degli operatori, addirittura anche sul 4G”. Marco Bussone, presidente dell’Uncem – Unione dei comuni, delle comunità e degli enti montani – esprime seria preoccupazione in merito alle azioni concrete e alla roadmap nazionale sul 5G, tecnologia fondamentale proprio nelle aree montane e periferiche e in cui la posa della fibra è in molti casi impossibile e in cui il segnale mobile è spesso assente o talmente “labile” da non consentire neanche le comunicazioni di base.

Presidente, partiamo dalla questione dei limiti

Come Uncem abbiamo più volte ribadito di essere favorevoli all’aumento dei limiti da 6 a 24 volt metro (era questa la proposta nella bozza del decreto non licenziata dal Cdm di lunedì 7 agosto, ndr) e stiamo facendo la nostra parte aiutando i sindaci a capire che non devono avere paura e che se si dice no alle evoluzioni tecnologiche si dice no anche al progresso dei territori, progresso digitale e quindi economico. I Comuni sono istituzioni e come tali devono doverosamente affidarsi alla scienza e agli impegni di politici e imprese. Il digital divide è un’emergenza in crescita drammatica. Stiamo facendo la nostra parte anche sul fronte di una serie di iniziative votate a spingere l’infrastrutturazione: a marzo, ad esempio, abbiamo siglato un’intesa con Inwit per lo sviluppo e il miglioramento della fruizione dei servizi digitali per comuni, unioni e comunità montane, contribuendo a ridurre il digital divide e a costruire una “Smart Italy”, più inclusiva, digitale e sostenibile.

Quale deve essere il ruolo dello Stato?

Siamo convinti che lo Stato e le Regioni debbano investire dove il privato non arriva. Nel 2020 erano stati previsti in legge di bilancio 1,5 milioni per tralicci per la telefonia mobile, che poi sono stati dimenticati e non spesi. Non sono risorse ingenti ma sono pur sempre risorse utili. E non si dica che ci sono i fondi del Pnrr perché finora non si sono viste azioni concrete sul campo. E vogliamo parlare del piano banda ultralarga? Il Piano Bul per i territori montani non è stato efficace e i sindaci sono giustamente arrabbiati. Sul nuovo, presentato qualche giorno fa dal Sottosegretario Butti, occorrerà capire lo svolgimento. Non mettiamo argini alla fiducia. Il passato pesa molto, è stucchevole ma lavoriamo sul futuro. Forse non sarebbe da escludere l’ipotesi di cambiare nome al 5G.

In che senso?

5G fa sempre più il paio con fake news. Se questa “sigla” genera troppi contrasti, cambiamo linguaggio e anche termini. Chiamiamolo banda ultralarga mobile ad esempio. Per dire “lunga vita al 5G” occorre cambiare stili, linguaggi, forme di marketing. Più formazione e sinergie della comunità scientifica con chi rappresenta gli enti locali per informare bene sindaci, comunità e imprese. E poi facciamo vedere, con adeguati investimenti, come il 5G può realmente cambiare vita e servizi sui territori, anche rurali e montani. Se la telemedicina ad esempio cambia e cresce, dimostriamolo con esempi. Ai Comuni 5G free che stanno già arrivando, sostituiamo efficacemente “comuni e valli 5G positive”, ma facciamolo vedere. Con vere smart road, realtà aumentata, tele assistenza. E poi sull’intelligenza artificiale: altro che dire no! Noi la vogliamo e vogliamo capire come impatta sui paesi e sui territori. Con esempi e modelli. Non sperimentazioni, bensì realtà efficaci. Vogliamo stare nell’innovazione ma per farlo operatori è stato devono investire. Farlo dove è più remunerativo, in città, è troppo facile.

Quindi gli operatori devono aumentare gli investimenti?

Comprendiamo le difficoltà in cui versano le telco ma crediamo che sia un dovere, mi lasci dire sociale, portare il segnale mobile soprattutto nelle aree più in difficoltà. Servono piani seri dedicati alle aree montane, che rappresentano il 50% del Paese, qualcosa si è mosso ma è troppo poco. Tim ha recentemente diffuso una mappa del 5G e degli impianti. Posso citare il caso di Lanzo Torinese tra i pochissimi Comuni delle valli alpine ad avere un segnale: è un modello da replicare. Anche Vodafone e Wind Tre possono vantare validi esempi. Ora però dagli esempi occorre passare a qualcosa di più.

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