L'ANALISI

5G, la fake news sui televisori oscura la questione torri

Il vero tema sul piatto è il valore delle infrastrutture. Tutti lo sanno ma non c’è ancora un progetto concreto per la realizzazione del “polo”. Eppure ne va della politica industriale

Pubblicato il 02 Nov 2017

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Tanto tuonò che infine piovve. Dopo tanto scrivere e parlare, quella che si annunciava come una tempesta perfetta nel mondo delle telecomunicazioni e, ancor più, nei pianeti del broadcast è prossima ad avvenire e non sembra che tutti abbiano preparato gli ombrelli. Le nuvole minacciose sono comparse con la pubblicazione del testo della Legge finanziaria 2018 dove, all’art. 89, si affronta il tema dell’uso efficiente dello spettro e della transizione alla tecnologia 5G.

Nella sostanza non vi è nulla di nuovo: infatti l’articolo riprende i dispositivi del Parlamento e del Consiglio europeo già noti da oltre un anno e ai quali si era giunti dopo lunghi e complessi tavoli di lavoro, ai quali hanno partecipato tutti i soggetti direttamente interessati. Appare nuova, invece, la sorpresa che sembra aver colto quanti, improvvisamente, hanno avuto chiaro il calendario e gli impegni rilevanti che le disposizioni di Bruxelles impongono. Il testo in oggetto è lungo, complesso e articolato ed impatta non solo e non tanto il perimetro della diffusione dei segnali radiotelevisivi, chi e come li gestisce, ma ancor più le ricadute sull’intero complesso produttivo nazionale. Si parla di 5G ed è noto che l’applicazione di questa innovazione (IOT, domotica, robotica etc.) impatta in modo rilevante sullo sviluppo industriale nel suo complesso.

La nuova disposizione legislativa prevede un calendario molto stringente che parte con il prossimo anno con una aggiornata definizione del PNAF che dovrà avvenire entro il 30 settembre, per poi passare alle gare di assegnazione per i “diritti di uso” delle frequenze e delle capacità trasmissive, dette blocchi, scindendo per la prima volta la verticalità delle aziende radiotelevisive e per arrivare, a ciclo concluso, al nuovo scenario dove si concluderà il nuovo switch off al DVB-T2 che, di fatto nel prossimo futuro, manderà in cantina la gran parte degli apparati di ricezione degli apparati televisivi oggi in uso. Non è cosa da poco, specie per il grande pubblico, per gli utenti finali, che vedono la prospettiva di dover comprare entro i prossimi anni un nuovo televisore.

Questa è stata la notizia che ha fatto più rumore mediatico e che, sembra, aver colto quasi di sorpresa. La sorpresa è stata a tal punto che il Mise ha dovuto precisare con un comunicato che l’introduzione della nuova tecnologia T2-HEVC avverrà esattamente, come previsto, a partire dal 2022, data entro la quale dovrebbe avvenire un ricambio naturale degli apparati tv “senza particolari problemi per le famiglie”. E’ bene ricordare che i ricevitori televisivi venduti a partire dal primo gennaio di quest’anno devono essere dotati di tutti gli standard di codifica approvati dall’ITU e quindi sia HEVC che MPEG4 (l’attuale sistema di codifica dei programmi HD). C’è invece da chiedersi se la conversione Multiplex verso blocco sia vantaggiosa o penalizzante per i fornitori di servizi di media audiovisivi con impatto sullo sviluppo di nuovi scenari a qualità migliorata quali 4K, HDR, ecc.

La partita, ovviamente, non è tanto in campo di chi produce e vende apparati in Italia, posto che i produttori nazionali sono ormai da tempo pressoché scomparsi dal mercato. Il grande scontro che si profila all’orizzonte invece è sul futuro di quali contenuti e con quali piattaforme potrà essere vista la televisione. Questo conflitto non sarà solo in termini ingegneristici. I termini sono semplici: la visione dei prodotti audiovisivi sarà lineare o non lineare. Da un lato la tradizionale trasmissione free fondata sul DTT che, nonostante tutto, ancora mantiene larghi margini di audience, anzitutto perché ancora costa poco. I vari fornitori tv pay arrancano nella difesa dei margini di profitto sempre più erosi da una concorrenza incombente – vedi Amazon – che non farà sconti a nessuno. Dall’altro la visione discontinua, autonoma, appunto non lineare, fruibile dove e quando si vuole, senza alcuna necessità di avere un’antenna o essere collegati ad un cavo, sia pure in fibra super efficiente.

Da questo punto di vista, è facile osservare come, in questi ultimi tempi, le innovazioni più significative non le hanno fatte certo gli operatori broadcast tradizionali che, anzi, in molti casi con una immotivata proliferazione di canali “low cost, low quality” non hanno certo contribuito a migliorare il mercato. Al contrario, gli operatori Tlc sono sembrati più attivi e dinamici, pronti ad intravvedere prospettive di sviluppo utili da gestire: ne citiamo uno per tutti, proprio recentemente l’AD Aldo Bisio di Vodafone, l’ha detto chiaro e tondo: “parteciperemo alle gare per le frequenze con l’obiettivo di vincere”.

Allora l’interrogativo che appare lecito porre consiste proprio nella capacità che potranno avere tutti gli operatori broadcast, Rai e Mediaset in testa, di gestire questa sfida, di saper trasformare quello che appare indubbiamente oggi un problema (economico anzitutto) di non facile soluzione in opportunità di sviluppo.

Si è parlato spesso e ne abbiamo scritto molto, ad esempio, sul tema delle torri di trasmissione e della loro possibile aggregazione. Appare evidente che in un futuro come quello che si prospetta le torri di alta quota prevalentemente oggi usate da Rai Way e Ei Tower potrebbero avere un senso tecnologico meno rilevante in un contesto dove “low power low tower” maggiormente distribuite sul territorio sarebbero in grado di garantire una gestione più efficiente delle diffusioni tv. Non si capisce allora perché ancora non si intravvede uno straccio di progetto nella direzione di creare un polo delle torri adeguato allo scenario che si prospetta. E questa possibilità non è certo in campo della politica ma solo della capacità dei broadcaster di dotarsi di una politica industriale all’altezza delle necessità.

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