LA CRISI

Almaviva Contact chiude a Roma e Napoli, via 2.500 lavoratori. Il governo: “Annuncio ricattatorio”

Annunciato il piano di riorganizzazione. L’azienda accusa i sindacati di non aver sottoscritto alcuni accordi e punta il dito contro le delocalizzazioni. Affondo della Slc: “Decisione scellerata, intervenga il governo”. L’appello della viceministro Bellanova: “Dannosa provocazione mentre è in corso il confronto”

Pubblicato il 05 Ott 2016

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Almaviva Contact chiude a Roma e Napoli. Come anticipato da CorCom l’azienda ha annunciato ai sindacati il nuovo piano di riorganizzazione che prevede la chiusura dei call center di Roma e di Napoli e una riduzione di personale pari a 2511 persone a Roma (1666 persone) e Napoli (845 persone). “Le perdite medie mensili afferenti ai due siti produttivi nel periodo successivo all’Accordo del 31 maggio (giugno – settembre 2016), nonostante l’utilizzo di ammortizzatori sociali, sono pari a 1,2 milioni di euro su ricavi mensili pari a 2,3 milioni di euro – spiega una nota dell’azienda – Il piano coinvolge il 5% del personale attualmente in forza al Gruppo a livello globale”. La decisione è stata comunicata anche al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Lancia un “appello alla responsabilità” la Viceministro allo Sviluppo Teresa Bellanova: “Chiedo di non andare avanti su una strada senza sbocco, frutto di annunci che appaiono come una vera e propria provocazione mentre è in corso un delicato confronto su più fronti. Si riporti la discussione ai tavoli di confronto preposti, si lascino da parte inutili e dannosi atti ricattatori e si ritorni al buon senso e alla responsabilità con cui invece tutte le parti devono lavorare per una soluzione condivisa e non traumatica”.

Nella nota aziendale il motivo dei drastici tagli, legati agli sviluppi dell’accordo siglato il 31 maggio scorso sui 3mila esuberi al drastico aggravamento del conto economico e dei risultati operativo di Almaviva Contact. “L’intesa allora raggiunta con i sindacati e le istituzioni competenti, oltre alla stipula di un contratto di solidarietà di sei mesi, aveva definito azioni stringenti per consentire ad Almaviva Contact recupero di capacità competitiva e condizioni di necessario equilibrio industriale, accompagnate da annunciate misure di riforma strutturale del settore dei call center, nella comune convinzione che solo un effettivo cambio di quadro e di regole di mercato avrebbe permesso un percorso alternativo alla ristrutturazione – spiega l’azienda – Gli esiti del monitoraggio mensile richiesto dall’azienda sull’attuazione dell’accordo, verificati da ultimo lo scorso 22 settembre, hanno tuttavia attestato il rifiuto da parte delle organizzazioni sindacali di sottoscrivere lo specifico accordo sulla gestione di qualità e produttività individuale, impegno centrale e condiviso come vincolante in sede d’Intesa, che nega inspiegabilmente una fondamentale leva distintiva per la qualificazione dell’offerta ed il progressivo riassorbimento degli esuberi”.

Contestualmente, coem tiene a precisare Almaviva, viene confermato uno scenario di mercato in costante deterioramento – almeno dieci le aziende del comparto chiuse negli ultimi mesi – che rimane assoggettato ad inalterati fenomeni distorsivi, senza registrare gli effetti delle iniziative di riordino dichiarate. L’azienda punta il dito contro l’incontrollato aumento delle attività delocalizzate in Paesi extra UE: sulla base dei dati ufficiali dell’Instat albanese, nel 2015 è raddoppiato il numero dei call center che lavorano per il mercato italiano con oltre 25 mila posti di lavoro.

L’azienda ha inoltre certificato “il perdurante andamento di gare ad evidenza pubblica bandite o aggiudicate a tariffe del tutto incompatibili con il costo del lavoro, dai casi più volte denunciati del servizio infoline del Comune di Milano e dello 060606 del Comune di Roma, fino alla recente gara per il servizio Recup della Regione Lazio con base d’asta sottostante i minimi contrattuali di qualsiasi contratto nazionale di lavoro”.

I conti economici di Almaviva Contact registrano un ulteriore peggioramento “che impone l’obbligo di intervenire al fine di garantire l’equilibrio aziendale e di salvaguardare, nella misura possibile, la continuità occupazionale”.

“Negli ultimi quattro anni, con una forza lavoro praticamente invariata – conclude la nota – l’azienda ha infatti visto diminuire del 50% i propri ricavi, spesso a vantaggio di attività delocalizzate in aree extra UE, con un’aggiuntiva e rilevante accelerazione negli ultimi mesi”.

Nel corso dei prossimi settantacinque giorni, secondo la normativa in materia, la società si confronterà con le organizzazioni sindacali per esaminare l’impatto sociale ed occupazionale della procedura.

Per la Slc Cgil si tratta di una “decisione aziendale scellerata, palesemente in violazione dell’accordo sottoscritto il 31 maggio scorso”.

“Le motivazioni addotte dall’azienda sono palesemente pretestuose e strumentali: è evidente l’assoluta inconsistenza delle presunte inadempienze sindacali quali causa della spregiudicata determinazione aziendale – evidenzia Massimo Cestaro, segretario generale della Slc Cgil – Siamo di fronte a un’autentica provocazione nei confronti delle Organizzazioni Sindacali e del Governo, nonché di una volgare forma di intimidazione nei confronti dei lavoratori. Respingiamo con fermezza tale decisione, ribadendo che i lavoratori hanno già pagato un prezzo altissimo”.

“Per questo motivo chiediamo un intervento immediato del Governo – conclude Cestaro – La soluzione all’ennesima crisi di questa azienda non può essere trovata continuando a giocare sulla pelle dei lavoratori”.

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