FISCO

Apple, il Senato Usa: “Ha eluso 74 miliardi di dollari”

Cupertino avrebbe creato una rete di società offshore unica per complessità e “creatività” per evitare di pagare le tasse negli Stati Uniti. Il Ceo Cook scende in campo a difesa dell’azienda: “Creiamo posti di lavoro e investiamo in ricerca, ma servono norme fiscali semplificate al passo con l’era digitale”

Pubblicato il 21 Mag 2013

Apple ha evitato il pagamento di miliardi di dollari di tasse negli Stati Uniti creando una “rete complessa” di entità offshore senza dipendenti o uffici fisici: queste le conclusioni cui è giunta la sottocommissione permanente di indagine del Senato americano, che nelle prossime ore discuterà con l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, i risultati dell’inchiesta.


Tra il 2009 e il 2012 – come riporta la stampa americana – la società fondata in California da Steve Jobs avrebbe nascosto agli occhi del fisco americano 74 miliardi di dollari in profitti attraverso la creazione di filiali estere. Pur se tra le multinazionali la pratica di usare controllate offshore per evitare le tasse negli Stati Uniti è molto comune, il sistema messo in piedi da Apple sarebbe senza precedenti per complessità e creatività.
 Secondo il rapporto della sottocommissione, Apple detiene all’estero circa 102 dei 145 miliardi di dollari di contante a sua disposizione e la controllata irlandese, che ha guadagnato 22 miliardi di dollari nel 2011, ha pagato solo 10 milioni di dollari di tasse.

L’indagine del Senato Usa si concentra in particolare sulle divisioni irlandesi di Apple, base delle operazioni riguardanti l’Europa, il Medio Oriente, l’India, l’Africa, l’Asia e il Pacifico. Per la legge irlandese le società residenti devono essere gestite e controllate in loco, mentre la gestione e il controllo di Apple sono negli Usa. Il risultato è che Apple non paga a nessuno le tasse su gran parte del reddito realizzato all’estero. La divisione Apple Operations International, ad esempio, negli ultimi cinque anni non ha versato imposte da nessuna parte, nonostante un utile netto di trenta miliardi di dollari tra il 2009 e il 2012. Un’altra divisione con sede in Irlanda, Apple Sales International, che distribuisce iPhone, iPad, MacBook e altri prodotti, ha registrato utili lordi per 22 miliardi di dollari e pagato solo dieci milioni di tasse, lo 0,05%. Un’altra ancora, Apple Operations Europe, non risulta tassabile in nessun paese. Si tratta di entità importanti nell’insieme delle attività del gruppo; in Irlanda i dipendenti sono quasi quattromila.

Ad Apple non è bastato spostare i profitti verso un paradiso fiscale, attacca il senatore Carl Levin; la società ha cercato il “santo Graal” dell’elusione fiscale. “Apple afferma di essere uno dei maggiori contribuenti americani – sottolinea il senatore John McCain – ma è anche una società che ha evaso le tasse”.

Cook – secondo un comunicato diffuso dalla stessa Apple sulla testimonianza che il Ceo renderà al Senato – cercherà proprio di convincere i senatori che l’azienda è uno dei maggiori contribuenti americani: nell’esercizio fiscale 2012 ha pagato in tasse federali sul reddito circa 6 miliardi di dollari. “Apple si attiene in modo scrupoloso alle leggi e allo spirito che le anima, paga tutte le tasse dovute, sia in questo paese che all’estero”, dirà Cook, “e non usa trucchi fiscali”. Cook ricorderà che l’anno scorso “circa il 61% dei ricavi Apple sono arrivati dalle sue attività internazionali. Nell’ultimo trimestre, due terzi circa dei ricavi di gruppo sono stati generati all’estero. Questi guadagni sono tassati rispettando le leggi dei paesi dove sono generati”. Apple “gestisce in modo attento il contante detenuto all’estero per sostenere le attività fuori dagli Stati Uniti nel migliore interesse degli azionisti”, si precisa ancora.

Cook sottolineerà poi il ruolo della sua azienda nell’economia americana: “Apple dà lavoro a decine di migliaia di americani, crea prodotti rivoluzionari e paga al Tesoro miliardi di dollari di tasse”, si legge nel documento, che indica che Apple ha creato o mantenuto circa 600.000 posti di lavoro negli Stati Uniti, di cui 50.000 dipendenti di Apple e circa 550.000 nell’indotto. Come si legge ancora nella testimonianza di Cook, “circa 290.000 di questi posti di lavoro sono collegati alla nuova App Economy“, lanciata dall’App Store, il negozio virtuale per comprare app per i device di Apple. “In meno di cinque anni – sostiene la Mela – la società ha pagato agli sviluppatori di app a livello mondiale oltre 9 miliardi di dollari”, collegati alla vendita dei loro software ai clienti di Apple. In un momento in cui il mercato del lavoro americano è in affanno, Apple “ha più che quintuplicato la sua forza lavoro americana da meno di 10.000 unità nel 2002 a circa 50.000 oggi” e “ha costruito e aperto 250 negozi negli Stati Uniti“, aumentando “significativamente “il budget destinato a ricerca e sviluppo”, la maggior parte del quale è speso negli Stati Uniti.

D’altro canto Apple fa notare che le “attuali leggi tributarie relative alle aziende americane impongono un’aliquota del 35% sul rimpatrio dei profitti generati all’estero”. Cook continuerà perciò dicendo che “Apple vede con favore un esame obiettivo delle norme fiscali americane, che non hanno tenuto il passo con l’era digitale e con i rapidi cambiamenti dell’economia globale”. Il Ceo sarebbe pronto a mettere sul tavolo una proposta per “semplificare in modo sostanziale” le leggi che regolano le tasse sulle aziende e così cercare di ri-indirizzare gli investimenti di capitali in America.

Nell’occhio del ciclone per aver evitato le tasse negli Stati Uniti, Apple resta comunque il marchio che vale di più al mondo: 185,07 miliardi di dollari, secondo la classifica BrandZ Top 100 stilata da Millward Brown Optimor.
 Google (113,66 miliardi di dollari) riconquista il secondo posto, dopo essere scivolata al terzo nel 2012, mentre Ibm (112,53 miliardi) si piazza al terzo. Nonostante il balzo del 51%, Samsung – una delle maggiori rivali di Cupertino – è “solo” 30ma con un valore di brand di 21 miliardi di dollari.

“Nonostante un mercato più competitivo, la capacità di Apple di mantenere la prima posizione è la dimostrazione di come il valore di un brand forte influisca sul business”, mette in evidenza Nick Cooper, managing director di Millward Brown Optimor. “La gente ama il brand a prescindere dal valore del suo titolo in Borsa”. Chissà se le accuse di evasione fiscale riusciranno a intaccare questa immagine.

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