Asati a Letta: “Nessuno può espropriare le rete Telecom”

I piccoli azionisti di Telecom Italia criticano le parole del premier sullo spin off come extrema ratio: “Interventi di natura dirigistica sarebbero uno strappo allo stato di diritto”

Pubblicato il 30 Gen 2014

Asati apprende “con viva preoccupazione” le odierne dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Enrico Letta, in merito al fatto che il governo considera lo scorporo e la nazionalizzazione della rete fissa di Telecom Italia “l’extrema ratio” cui ricorrere per garantire lo sviluppo della banda larga in Italia.

“Dopo un silenzio assordante nonostante le continue e pressanti sollecitazioni provenienti dal Parlamento, dalla nostra Associazione, da tutti i Sindacati di Categoria, il Presidente Letta è oggi è uscito finalmente allo scoperto” scrive Asati. Letta evidentemente “ritiene che Telecom Italia operi ancora in regime di concessione e cioè quando lo Stato aveva demandato, in esclusiva, a Telecom Italia la realizzazione e l’esercizio della rete pubblica per l’offerta dei servizi di telecomunicazioni, conservando un potere di controllo. In base alle regole europee, il processo di liberalizzazione del settore è giunto a completamento sin dal 1° gennaio 1998, facendo venir meno il regime di concessione e, di conseguenza, qualsiasi potere di intervento pubblico nella gestione delle reti e dei servizi di telecomunicazioni”.

“Le sue dichiarazioni danneggiano fortemente gli interessi, gli investimenti e i risparmi della platea degli azionisti, dei dipendenti, dell’intero indotto manifatturiero di oltre 700.000 italiani”. “Interventi dirigistici, quali quelli prospettati dal Presidente Letta, presentino evidenti profili di illegittimità costituzionale, poiché incidono direttamente sul diritto di disporre e godere dei propri beni da parte del soggetto (privato e quotato in Borsa) titolare della rete. In altre parole, questi interventi rappresenterebbero un vero strappo a uno Stato di diritto, una evidente forma di espropriazione”.

Le esternazioni di Letta “appaiono tanto più critiche se si considera il fatto che, a breve, all’Italia spetterà il turno di presidenza della Ue e che la sua posizione risulta in palese contrasto con la normativa comunitaria in materia. Le dichiarazioni appaiono alquanto fuori luogo e prive di senso perché il Presidente non ricorda o nessuno dei consulenti lo ha a lui segnalato che TI nel nuovo piano industriale investe nel triennio 2014-2016 oltre 9 miliardi di euro, e negli anni successivi potrebbe anche investire di più ma una logica condizione”.

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