L'INTERVISTA

Agcom, i commissari verso le dimissioni. Nicita: “Paese punti su infrastrutture”

Il voto per il rinnovo dell’Authority, la cui proroga scade a fine mese, è previsto il 18 marzo. L’emergenza coronavirus inevitabilmente impone nuove priorità ma bisogna andare avanti evitando un blocco istituzionale che rischia di minare i progetti sulle nuove reti, oggi più che mai indispensabili anche e soprattutto a sostegno della sanità

Pubblicato il 09 Mar 2020

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L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, così come il Garante Privacy, vedranno esaurire a fine mese la loro proroga, la seconda dopo la scadenza dei mandati che risale all’estate 2019. Il voto in Parlamento per il rinnovo dei membri è stato più volte posticipato e c’è da augurarsi che il 18 marzo – nuova data in calendario – se ne venga finalmente a capo.

Dopo Antonio Martusciello anche il commissario Antonio Nicita ha deciso di presentare le sue dimissioni che saranno comunicate all’Autorità in occasione del prossimo Consiglio. “Se ciò coinciderà con nuove nomine sarà un bene. Altrimenti ascolterò il Presidente Cardani, al quale rinnovo la mia piena stima, in relazione a quali saranno eventuali nuovi tempi per l’Autorità”, dice a CorCom il commissario.

Nicita, vuol dare un segnale affinché dopo otto mesi si proceda finalmente con le nomine dei nuovi membri?

Nessun segnale, ci mancherebbe. Il rispetto per le istituzioni parlamentari e di governo è massimo. Indubbiamente il paese, adesso, ha ben altre priorità di fronte alle quali subordinare i nostri progetti personali, se chiamati a farlo. Vedremo. Per quanto mi riguarda avevo preso precisi impegni di tornare al mio mestiere, quello di docente universitario, nel 2020, con un nuovo entusiasmante impegno alla Lumsa. Adesso ho gli studenti che mi aspettano, anche con la didattica online.

C’è chi legge però, nelle dimissioni di ben due membri, sia una spinta alle nuove nomine sia un segnale a difesa dell’istituzione contro qualche polemica circa la sanzione Rai.

Per carità, non incoraggiamo i peggior retroscena, anche perché sono quasi otto mesi che siamo in uscita e perché decidiamo tantissime cose in tanti settori. Peraltro, viviamo un momento particolare nella vita del paese e vanno stemperate tutte le polemiche. Le dichiarazioni di Rai e di taluni suoi esponenti sul provvedimento Agcom sono state insolite, se non inaudite. È vero. Hanno stupito molti di noi. Ma niente per cui un’autorità indipendente, abituata a contrastare e multare multinazionali, non abbia anticorpi. Nessuna delle imprese che sanzioniamo ha mai rivolto commenti di tale inusitata durezza verso un Autorità indipendente dai cui atti ci si difende, con il dovuto rispetto istituzionale, davanti al Tar e al Consiglio di Stato. Detto questo non voglio alimentare altre polemiche perché quando dal mondo della politica, direttamente o indirettamente, si propone una lettura tutta politica degli atti di Agcom o si cercano sponde interne, la politicizzazione è certamente inevitabile, anche se essa avviene dall’esterno e non dall’interno dell’istituzione. Anche qui, per quanto non esemplari, non vedo comportamenti esterni che debbano interessare, o addirittura intimidire, un’Autorità indipendente. Mi preoccupa piuttosto una diffusa impreparazione giuridica: se ignori i poteri del vigile è probabile che ignori anche il codice stradale. E viceversa.

Però sulla sanzione Rai anche il Consiglio Agcom si è diviso.

Anche su questo c’è stata qualche strumentalizzazione o forzatura di troppo. Visto che me lo chiede, faccio però notare che prima della sanzione vi è stata una diffida per Rai, votata all’unanimità. Ma la diffida, secondo l’art. 48 del Testo unico, presuppone l’accertamento delle infrazioni, anch’esso dunque acclarato all’unanimità. Sulle sanzioni, che presuppongono una valutazione della gravità, si formano spesso maggioranze, peraltro molto variabili. La stessa cosa è avvenuta per esempio sui vari procedimenti sanzionatori delle bollette a 28 giorni, e su altre sanzioni alle telco decide in regime di prorogatio. Nel caso della Rai, le contestazioni dell’Agcom sono state innanzitutto di tipo quantitativo (rappresentanza e contraddittorio) e poi anche di tipo qualitativo. Io credo che il provvedimento sia robusto, motivato, articolato, equilibrato. Basato su normativa e poteri che somigliano molto al ruolo di Ofcom su Bbc, che, lo ricordo, ha sede a Londra, nel Regno Unito, non certo nello Zimbabwe, paese citato da qualche spiritoso.

A proposito di informazione, l’Agcom ha appena pubblicato un report dal quale emerge che sei italiani su dieci sono vittime di fake news.

Agcom ha sempre ripetuto che oggi il servizio pubblico radio-televisivo deve essere una garanzia contro la crescente disinformazione. Ricordiamoci che il Contratto di servizio pubblico mette al centro il diritto dell’utente-contribuente a ricevere una informazione corretta al fine di potersi formare una propria opinione. Il rispetto della deontologia professionale è citato nell’art. 6 del Contratto ma assieme ad altri e ulteriori obiettivi e vincoli specifici della RAI. Il rapporto Agcom sulla disinformazione e sulla ‘dispercezione’, di cui sono stato relatore assieme al collega Martusciello, misura in modo molto semplice la capacità di riconoscere notizie vere nonché la verosimiglianza di alcune credenze rispetto a fatti misurabili. E’ un risultato riscontrato empiricamente un po’ ovunque.

Agcom ha armi spuntate contro il mondo online?

È così, e lo abbiamo segnalato in varie occasioni. Anche se il tema della disinformazione on-line va affrontato con prudenza e gradualità sotto il profilo dei poteri e della natura degli interventi, data la diversità intrinseca della rete e dei social network rispetto ai tradizionali editori. Agcom ha istituto in questi anni, una serie di osservatori sulla disinformazione i quali hanno prodotto risultati empirici di grande rilievo, anche nel confronto con altre autorità europee. Agcom ha inoltre istituito, prima in Europa e qualche mese prima della Commissione europea, un tavolo di autoregolazione sulla disinformazione on-line e ha anche approvato un regolamento per il contrasto all’hate-speech che prevede forme di co-regolazione per le piattaforme di video-sharing. Infine, nell’indagine conoscitiva congiunta con Antitrust e Garante privacy, sono state delineate alcune linee guida e misure di policy chieste al parlamento, come quelle di dotare le autorità di poteri di inspection e audit per la verifica dell’auto-regolazione delle piattaforme on-line. E’ inoltre aperta un’istruttoria sui mercati della pubblicità on-line che potrà pervenire ad esiti interessanti.

Nell’indagine conoscitiva congiunta si affronta anche il tema della possibile evoluzione del concetto di comunicazione elettronica anche ai dati. Che cosa significa?

Si tratta di una suggestione già contenuta nelle premesse del nuovo Codice. I dati personali sono un’esternalità prodotta dalla comunicazione elettronica e spesso, come Agcom ha misurato nel suo Interim report dell’indagine conoscitiva sui Big Data, costituiscono un aspetto rilevante della remunerazione. A mio avviso, come ha anche osservato l’Agcom, occorre estendere il concetto di comunicazione elettronica al dato personale e anche ri-analizzare tutto il tema della cosiddetta net neutrality, anche nel contesto zero rating, per includervi la remunerazione via cessione del dato. Senza dimenticare che la regolazione va estesa alla parte ‘sicurezza’ delle reti anche in relazione alla sicurezza sull’uso del proprio dato. Insomma, io la chiamo nuova super-convergenza, quella tra reti, servizi e dati personali. E’ il nuovo capitolo regolatorio dei prossimi anni.

C’è un tema che attraversa vari cicli regolatori e varie consiliature Agcom: la rete unica di Tlc. Ci siamo?

È un dibattito che il regolatore deve osservare, rispettando le dinamiche di mercato, i vincoli di sicurezza di infrastrutture critiche, i rischi di sotto e di sovra-investimento. Nella indagine conoscitiva congiunta che Agcom ha svolto con l’autorità antitrust sono stati già delineati i rischi regolatori e concorrenziali, nonché le opportunità e le possibili soluzioni per modelli alternativi di rete unica wholesale. Oggi io vedo un rischio soprattutto in nuove forme di digital divide per le cosiddette aree B. Dal 2012, abbiamo fatto molti passi avanti nella infrastrutturazione del paese, mantenendo un livello vivace di concorrenza. Ma non in tutte le aree del paese e non in modo omogeneo. Siamo in ritardo nella sfida della gigabit society. Ogni iniziativa che punti a ridurre il gap italiano, anche territoriale, è benvenuta. La preoccupazione del regolatore è che ciò avvenga mantenendo incentivi alla concorrenza, spinta agli investimenti, copertura territoriale omogenea per cittadini e imprese, tutele per il consumatore. Non mancano peraltro modelli internazionali ai quali ispirarsi e ovviamente il regolatore deve accompagnare, con efficienza e chiarezza, i processi di mercato e le politiche pubbliche, non determinarli. I due cicli di analisi di mercato definiti dall’Autorità consentono varie evoluzioni proprio perché sono stati disegnati in modo flessibile e per tener conto degli obiettivi generali e dei vincoli specifici.

Quali sono le nuove esigenze in tema di connettività?

Oggi, rispetto al passato, abbiamo la necessità di ridefinire nuovi limiti minimi di servizio universale rispetto alla banda larga e ultra-larga e di far sfruttare al paese le opportunità offerte dall’ecosistema del 5G tanto per modelli di business quanto per la definizione di nuove politiche pubbliche. Ricordandoci, però, che siamo anche di fronte a infrastrutture critiche per la sicurezza nazionale. Purtroppo, l’attuale crisi del coronavirus fa scoprire a tutti quanto importante sia avere un paese connesso con infrastrutture ad alta capacità non solo per la sanità pubblica e l’istruzione ma anche per rafforzare, attraverso la connettività di tutti con tutti, la nostra coesione sociale.

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