L'EDITORIALE

Newco Tim-Open Fiber, accuse e ripicche non servono al Paese

Ciascuno tira acqua al proprio mulino ed è comprensibile in logica di business e finanziaria. E anche politica. Ma inasprire i toni e farsi la guerra, sui media e a carte bollate, non contribuisce di certo ad accelerare la posa delle reti a banda ultralarga. La posta in ballo è alta e le diatribe non sono funzionali all’obiettivo nazionale

Pubblicato il 03 Ott 2020

banda-ultralarga-reti-broadband-fibra

Accuse, ripicche, critiche fino a denigrarsi reciprocamente. Fra Tim e Open Fiber è guerra aperta. Gli investimenti annunciati e non rispettati, i ritardi del piano Bul, le scelte tecnologiche-infrastrutturali, le valutazioni degli asset, le “colpe” del management, la concorrenza garantita e quella non garantita, le denunce, i ricorsi, le saghe mediatiche, le carte bollate. Ce n’è per tutti i gusti e su tutti i fronti. E non c’è giorno in cui non si legga di Tizio che punta il dito contro Caio, di Caio che replica a Tizio, di fazioni e contro-fazioni, di tesi e contro-tesi, di fazioni pro e fazioni contro.

Che ciascuno tiri acqua al proprio mulino è comprensibile e legittimo: nella partita della newco si gioca il futuro delle due aziende, Tim – fino a pochi anni fa considerata la sesta compagnia di Tlc al mondo – e Open Fiber, una “startup” su cui pochi hanno scommesso, ma che è riuscita a farsi protagonista del mercato della banda ultralarga italiana e non solo, riconosciuta a livello europeo come un modello da studiare e da replicare. Per non parlare delle logiche politiche, che pure non mancano.

Ma la posta in gioco è ben più alta: il destino di Tim e Open Fiber si incrocia inevitabilmente e indissolubilmente con quello dell’Italia. Siamo ancora molto indietro sull’ultrabroadband, quello fisso, quello basato sulla fibra. E bisogna accelerare adesso, non domani, non fra un anno. Il Paese non può permettersi l’impasse – in una fase economica così critica – a causa di questioni aziendali. E se è vero che Tim e Open Fiber sono aziende e in quanto tali sono gli azionisti a decidere cosa sia più giusto e corretto fare-  “è il mercato che deve decidere”, questo il refrain che risuona all’occorrenza e spesso quando fa comodo alle parti – non bisogna dimenticare che nella compagine azionaria di entrambi gli attori c’è Cassa Depositi e Prestiti e che soprattutto gli asset in capo alle due aziende – le reti di Tlc – sono di rilevanza nazionale, non a caso cosiddette infrastrutture critiche.

Il governo spinge sulla rete unica di Tlc. Ma non necessariamente ciò significa che la strada sia quella migliore o la peggiore. Quel che conta è che si trovi la quadra tenendo a mente l’unico vero obiettivo, l’unica vera posta in ballo: fare le reti di nuova generazione senza se e senza ma. Se per velocizzare sia indispensabile evitare le duplicazioni ben venga, ma se invece per spingere sia necessario duplicare le infrastrutture ben venga ugualmente. Se il modello che spiana la strada è quello wholesale senza maggioranza in capo a un operatore infrastrutturato ben venga. E se invece prevalesse il co-investimento con maggioranza in capo a un soggetto e governance “neutrale” e “garante” ben venga lo stesso. Qui non si tratta di chi la spunta su chi, ma di piani di infrastrutturazione, di roadmap, di investimenti e persino di buon senso.

È ora di concentrare il dibattito sulle cose da fare non su quelle non fatte o che si sarebbero dovute fare. È ora di responsabilità condivisa, fra i protagonisti del mercato – tutte le telco – e fra il mercato e le istituzioni e persino le autorità tutte, perché un Paese non può permettersi “lobby” di potere sulle infrastrutture vitali. E la banda ultralarga è l’infrastruttura vitale per eccellenza. Ne va della ripresa economica, di migliaia di posti di lavoro, del futuro di intere generazioni.

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