LA POLEMICA

Bortolotto (Assoprovider): “Registro installatori, tassa occulta sul Wi-Fi”

Il presidente dell’associazione dei piccoli provider: “Il Ministero dello Sviluppo Economico ha approntato un regolamento che aggiunge un nuovo ordine professionale non richiesto a livello comunitario, che obbliga chiunque a far ricorso ad un installatore iscritto per realizzare un impianto con più di 24 punti di accesso”

Pubblicato il 15 Mag 2012

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Piccoli provider sulle barricate contro l’introduzione del “registro degli installatori” professionali da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Un provvedimento che secondo Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, l’associazione che raccoglie i piccoli player delle Tlc, penalizzerà tutte le aziende, costrette a chiamare un tecnico iscritto al registro per realizzare un semplice impianto W-Fi. “Mentre a Palazzo Chigi il Professor Monti fa del suo meglio per ridare dinamismo alla nostra economia attraverso riforme strutturali e liberalizzazioni, negli uffici dei ministeri qualcuno lavora per introdurre nuove restrizioni all’esercizio delle professioni, nuove procedure burocratiche e nuovi costi per le imprese e le amministrazioni pubbliche – dice Bortolotto – L’ultima occasione l’ha creata la necessità di trasporre nell’ordinamento nazionale una direttiva comunitaria. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha approntato un regolamento che introduce le modifiche legislative necessarie, ma che aggiunge un “registro degli installatori” – non richiesto dalla direttiva comunitaria – che obbliga chiunque voglia realizzare un impianto Wi-Fi con più di 24 “punti di accesso” a far ricorso ad un installatore iscritto nel registro, che obbliga tutte le imprese e organizzazioni (milioni di soggetti) a fornire all’amministrazione pubblica informazioni su come hanno realizzato il proprio impianto e a fare verificare queste informazioni da un iscritto al registro, che sommerge l’amministrazione pubblica con una quantità di documenti dei quali non saprà che fare e che introduce procedure complicate e onerose. Se questa è la maniera in cui si incoraggia l’utilizzazione delle nuove tecnologie in Italia, non c’è da stupirsi che il nostro paese appaia nelle classifiche internazionali nella posizione sconfortante nella quale appare”.

Il Ministero dello Sviluppo Economico sta per pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale un regolamento che traspone la direttiva 2008/63/CE relativa alla “concorrenza sui mercati delle apparecchiature terminali di telecomunicazioni”. Nel regolamento si crea un “registro degli installatori” proibendo a chiunque di farsi l’istallazione da solo se ha più di 24 “punti di accesso”, creando procedure burocratiche complicate e rendendo globalmente più difficile e costoso l’accesso alle nuove tecnologie per tutti gli utilizzatori, dalla Onlus all’impresa di dimensioni medio-grandi. Va da se che la direttiva comunitaria non richiede affatto la creazione di questo “registro”; ci troviamo in presenza di un bel caso di “gold plating”, l’inserimento di norme nazionali alll’interno di un documento comunitario.

L’articolo due del regolamento stabilisce che “I lavori ( … ) finalizzati alla realizzazione di un sistema d’utente per la comunicazione elettronica come definito all’articolo 1, comma 1, lettera d) del presente regolamento, nonché i lavori di manutenzione o di trasformazione, sono eseguiti da imprese abilitate ai sensi del presente decreto”. Gli articoli dal 3 al 6 indicano poi di quanta pazienza debba armarsi chi voglia essere abilitato.

“Per capire quanto negativo sia questo approccio bisogna tener presente che negli ultimi anni le nuove tecnologie si sono evolute verso sistemi sempre più semplici che non richiedono assolutamente l’intervento di personale specializzato (sistemi per così dire “plug and play”) – aggiunge Bortolotto – Il regolamento obbliga a “mettere a norma entro 12 mesi” gli impianti già realizzati (articolo 12, paragrafo 3) e a fornire quindi agli ispettorati territoriali del dipartimento comunicazioni copia della documentazione dell’impianto redatto e firmato da un iscritto al registro (da notare che lo stato non possiede la documentazione delle reti pubbliche ma vuole custodire copia di quelle private). Questo significa che milioni di soggetti dovranno trovarsi un iscritto al nuovo registro installatori e ovviamente pagarlo per realizzare la documentazione”.

Inoltre “il Ministero crea anche lavoro per se stesso là dove stabilisce, articolo 11, che la “direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica e di radiodiffusione istituisce l’elenco nazionale dei soggetti abilitati”. C’è poi da chiedersi cosa faranno gli ispettorati territoriali delle comunicazioni con i milioni di documenti che riceveranno – prosegue il presidente di Assoprovider – La misura è un’assurdità in un momento in cui si cerca di far tutto per far ripartire l’economia.Questo “registro degli installatori”, se già esistente, avrebbe dovuto essere abrogato nel recente decreto sulle liberalizzazioni. Invece si ha l’impressione di essere di fronte ad un caso di tela di Penelope: mentre il governo fa le liberalizzazioni di giorno, le lobbies di notte riescono a ricreare ostacoli e restrizioni attraverso altre vie”.

L’origine del regolamento è in “un cattivo decreto legislativo del 2010 (DL del 26 ottobre 2010, n° 198) che contiene già l’obbligo antidiluviano (e specificatamente italiano): “Gli utenti delle reti di comunicazione elettronica sono tenuti ad affidare i lavori di installazione, di allacciamento, di collaudo e di manutenzione delle apparecchiature terminali di cui ( … ) ad imprese abilitate” – continua Bortolotto – Ma l’abilitazione, non richiesta nella maggioranza degli altri paesi europei, potrebbe anche essere realizzata con una autocertificazione o un codice interno dell’industria. Il regolamento prevede invece le procedure complicate e costose indicati negli articoli da 3 a 6 del regolamento. Una chicca: le imprese abilitate devono avere almeno tre dipendenti addetti a questi lavori (articolo 3, paragrafo 1, G, 2). Perché tre?”.

Il Decreto legislativo prevedeva però anche l’identificazione dei “casi in cui, in ragione della semplicità costruttiva e funzionale delle apparecchiature terminali e dei relativi impianti di connessione, gli utenti possono provvedere autonomamente alle attività di cui al comma 1”. “Non si può dire che la bozza di regolamento mostri molta fiducia nella capacità dell’industria di realizzare attrezzature semplici. Eppure i router che vengono venduti nei negozi permettono il collegamento simultaneo di oltre 250 utenti. Sono così difficili da installare? C’è poi da attendersi lo sviluppo rapido del settore della “domotica”, ossia di tutti quegli apparecchi che permettono, tra l’altro, di comandare a distanza istallazioni domestiche. Skype e altre ditte fanno la pubblicità alla possibilità di istallare videocamere che permettano di sorvegliare casa mentre si è in vacanza. C’è da scommettere che anche la posa di queste videocamere rischi di essere permessa solo con l’ausilio di un iscritto al “registro””, aggiunge Bortolotto.

Più importante ancora, il Decreto Legislativo stabilisce che “Dall’attuazione delle disposizioni del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica” e che “Le Amministrazioni interessate provvedono all’adempimento dei compiti derivanti dal presente decreto con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Gli ispettorati regionali delle comunicazioni devono avere molto personale in eccesso visto che dovrebbero poter far fronte ai milioni di documenti che dovrebbero ricevere entro i dodici mesi dalla adozione del regolamento. “Ma quale è l’utilità della trasmissione ad una amministrazione pubblica della documentazione sull’impianto? Potrebbe anche essere concepibile che l’installatore la debba rilasciare a chi gli ha ordinato i lavori, ma perché trasmetterla ad una amministrazione pubblica?”, domanda Bortolotto.

“Se c’è la trasmissione obbligatoria, ci deve essere la presunzione di una qualche verifica, forse delle imprese che hanno fatto mettere “a norma” gli impianti e quelle che non lo hanno fatto. Verifiche da fare con le risorse umane attuali? Ma il Regolamento non prevede solo verifiche sulla documentazione ricevuta. Prevede anche (articolo 9) tutta una serie di controlli nella sede dell’utilizzatore finale con modalità draconiane. Ma tutto sarà fatto con le risorse umane già presenti (il che significherà, come è gia il caso in tante altre disposizioni nostrane, assenza quasi totale di controlli, salvo controlli pignoli qui e là per i poveri malcapitati che dovessero essere estratti a sorte).

Una bozza del regolamento è stata notificata alla Commissione europea come misura che potrebbe avere un effetto sul funzionamento del mercato interno (procedura 1998/34). Il Ministero dello Sviluppo Economico si difenderebbe dicendo di non aver ricevuto commenti sostanziali dalla Commissione europea. Ma la cosa è irrilevante. Questa norma è negativa perché:
a) introduce una restrizione alla prestazione di alcuni servizi (crea quasi un ordine professionale);
b) introduce costi amministrativi forti per le imprese e per le amministrazioni pubbliche.

Nessuno di questi due punti costituisce una violazione del diritto comunitario, quindi né la Commissione, né gli altri stati membri hanno nulla da dire. In queste materie, l’Italia è libera di darsi la zappa sui piedi, se lo vuole”, aggiunge.

“La domanda fondamentale è: perché un registro degli installatori? Qual’è il problema che si vuole risolvere? C’è forse un problema di scarsa qualità delle installazioni WiFi perché realizzate da personale non sufficentemente competente? Quale è l’interesse pubblico che si vuole tutelare attraverso la creazione di questo registro (albo) degli installatori ufficialmente riconosciuti? Quali sono i costi che questa norma impone alle imprese, alle Pmi, alla amministrazione pubblica? Sarà l’amministrazione pubblica in grado di far fronte al carico di lavoro supplementare? Quali sono i benefici che questa norma dovrebbe produrre? Quale è il rapporto tra i costi e i benefici che ne risultano? Vale la pena introdurla? C’è un rapporto ragionevole tra costi e benefici attesi?”, dice Borotolotto, aggiungendo che il Mise sembrerebbe considerare che non ci siano contrarietà significative a questa misura, eppure Assoprovider (l’Associazione dei Provider Indipendenti), Aiip (Associazione Italiana Internet Providers) e Confcommercio hanno preso pubblicamente una posizione fortemente negativa. Come è possibile che queste reazioni negative siano state ignorate?

Questa norma, secondo Assoprovider, sembra essere ispirata dalla filosofia delle norme precedenti. Il regolamento che sarebbe sostituito da quello in preparazione (il DM314 del 1992) stabiliva che l’istallazione di linee telefoniche fosse effettuata da operatori muniti di un “patentino”. Senza l’intervento di una ditta “con il patentino” era possibile installare solo fino a due linee.

Nel 2006, Assoprovider, l’associazione dei provider indipendenti, chiese un parere al Ministero visto lo sviluppo delle tecnologie e si senti dire che “poichè secondo il DM314 due erano le linee telefoniche che un privato poteva installare senza dover chiamare un installatore dotato di patentino e poichè per loro ogni linea valeva 64Kb/s il massimo che poteva fare un privato era installare un modem/router che avesse una capacità fino a 128Kb/s”. In pratica l’installazione di un qualsiasi modem/router Adsl da parte di un privato era ed è fuori legge.

“Quando si va all’estero, Wi-Fi e nuove tecnologie sono alla portata di tutti. Negli Stati Uniti, che pure sono ossessionati dalla sicurezza, si ha accesso a reti Wi-Fi senza identificazione né password negli aeroporti, nelle stazioni e in quasi tutti gli esercizi commerciali (bar, ristoranti, librerie, lavanderie a gettone, ecc). La stessa cosa si sta generalizando in tutti i paese europei e asiatici. Ma in Italia combattiamo ancora con il decreto Pisanu (ancora non completamente superato), i patentini e i “registri degli installatori””, chiude Bortolotto.

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