Call center, la ricetta anticrisi della Camera: “Incentivi subordinati all’occupazione”

L’indagine conoscitiva della commissione Lavoro ha rilevato distorsioni nel settore: “Troppe aziende hanno lucrato in modo opportunistico sugli sgravi. La soluzione? “Vincolare gli sconti contributivi al mantenimento dei posti di lavoro”

Pubblicato il 31 Mar 2015

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Le agevolazioni per le assunzioni di disoccupati e cassintegrati da almeno 24 mesi, previste dalla legge 407 del 1990, ha creato “gravi distorsioni” nel settore dei call center, in quanto molte aziende si sono costituite ex novo solo con l’obiettivo di lucrare in “modo opportunistico” sullo sconto contributivo, riuscendo ad aggiudicarsi commesse grazie a offerte fuori mercato.
E’ quanto rileva l’indagine conoscitiva sui rapporti di lavoro nei call center presentata a Montecitorio dalla commissione Lavoro della Camera, presieduta da Cesare Damiano, cui hanno partecipato il viceministro dello Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, il sottosegretario del Lavoro, Teresa Bellanova, i rappresentanti sindacali di categoria e il presidente di Assocontact, Umberto Costamagna.

Nei call center, che impiegano circa 80mila lavoratori, il costo del personale raggiunge quote molto alte del fatturato, tra il 70% e l’85% degli oneri totali. Il tema, secondo l’indagine, è quella di un “loro complessivo ripensamento”. Secondo la commissione Lavoro, l’ipotesi di un totale superamento “potrebbe scongiurare fenomeni distorsivi del mercato e ristabilire una parità di trattamento tra le aziende”.

In alternativa, suggerisce la commissione Lavoro della Camera, “si potrebbe immaginare una riduzione dei benefici e la loro diluizione in un periodo più lungo al fine di ridurre la convenienza, dal punto di vista economico, di comportamenti opportunistici”. La strada indicata dalla commissione è quella di una effettiva e duratura riduzione del carico fiscale e contributivo, tarando gli incentivi “al mantenimento dell’ occupazione”, evitando che ne beneficino le imprese che delocalizzano in Paesi non appartenenti all’Unione europea. L’altra questione è quella di incoraggiare l’uso dell’ offerta economicamente più vantaggiosa come criterio di scelta nelle gare d’appalto.

“La delocalizzazione senza regole deve essere contrastata – ha voluto sottolineare la presidente della Camera, Laura Boldrini che ha inviato un messaggio alla Commissione Lavoro – La delocalizzazione non regolata produce desertificazione industriale e disoccupazione, lasciando a casa centinaia di lavoratrici e lavoratori italiani”. Boldrini ha evidenziato come questa e tenda a “sfruttare i lavoratori di altri Paesi in cui alcune tutele sono minori”. La presidente ha concluso augurandosi che si possa arrivare a breve al recepimento delle nuove direttive europee sugli appalti, “volte a scoraggiare il meccanismo del massimo ribasso che va a discapito della dignità del lavoro”.

Stando ai numeri dell’Istat e resi noti oggi, il settore registra la presenza di oltre 1.400 operatori. Il fatturato annuo è di circa 2,3 miliardi e un valore aggiunto di quasi 1,3 miliardi. Degli 80mila occupati 51mila sono interni e indipendenti e 31mila esterni o temporanei, principalmente collaboratori e principalmente donne (sono il 72,2%).

La presenza femminile è particolarmente elevata nel Mezzogiorno e tra i lavoratori esterni all’ impresa. Altra caratteristica del settore è la presenza dei giovani: il 39% dei lavoratori ha infatti meno di 30 anni (percentuale che sale al 69% per i lavoratori tra i 30 e i 49 anni). Anche a causa della loro giovane età, gli occupati nei call center presentano un livello di istruzione molto più alto della media: oltre due terzi possiede un diploma e più di un quinto ha il titolo universitario, in confronto rispettivamente al 44% e al 10% degli occupati nel settore dei servizi. Nel Mezzogiorno la quota di diplomati sale al 70%.

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