“Il Jobs Act? Un provvedimento poco coraggioso”. Paola Pelino, senatrice di Forza Italia e vicepresidente della commissione Industria di Palazzo Madama, analizza gli effetti che la riforma del mercato del lavoro potrebbe avere sul settore dei call center.
Il governo ha fatto un’eccezione al contratto a tutele crescenti: per gli addetti outbound sarà possibile mantenere contratti di collaborazione. Come giudica la scelta?
Una scelta di buon senso che si è resa necessaria per garantire flessibilità a quelle aziende che fanno dell’uso dei call center la forma primaria della propria attività. Stiamo parlando di un bacino di più di 80.000 posti di lavoro che rischia ogni giorno di veder spostare le commesse all’estero. L’eliminazione delle forme atipiche dei contratti di lavoro avrebbe avuto come unico risultato pesanti conseguenze occupazionali, oltre che rendere ancora più difficile e problematico l’accesso al lavoro per un grande numero di giovani al loro primo impiego. Diciamo che la decisione ci fa ben sperare per il futuro, ma si dovrebbe fare di più.
In che senso?
I co.co.pro sono stati mantenuti per i lavoratori outbound, ma spesso anche le imprese che assumono per servizi inbound hanno bisogno di forme contrattuali flessibili per venire incontro alle esigenze legate ad eventuali riduzioni dei volumi di attività. Non è un caso che in questi mesi sia aumentato il numero di vertenze e di tavoli di trattativa per fare fronte agli esuberi dichiarati da aziende, in sofferenza per la perdita delle commesse. Si tratta di situazioni che, se gestite con una maggiore flessibilità contrattuale, avrebbero effetti meno dirompenti sull’occupazione e sul business. In questo senso, dal Jobs Act ci aspettavamo una spinta riformatrice che purtroppo non c’è stata.
Ma la crisi occupazionale nei call center non dipende solo dalla tipologia contrattuale. Lei che idea si è fatta?
Certamente siamo di fronte a una crisi di sistema. È dunque necessaria una riforma in grado di intervenire sulle capacità di investimento delle aziende. Mi riferisco in particolar modo agli sgravi fiscali o a forme di incentivo più ampie che rendano più conveniente investire in Italia e riducano drasticamente la tendenza alla delocalizzazione che affligge il settore da qualche anno a questa parte.