LA POLEMICA

Canone frequenze, Forza Italia all’attacco del Governo

Il centrodestra protesta contro l’emendamento al Milleproroghe proposto dall’esecutivo che “congela” per il 2014 le vecchie regole. Anzaldi (Pd): “Basta sconti”. Giacomelli: “La riforma era annunciata. Rispettare gli equilibri di bilancio”

Pubblicato il 05 Feb 2015

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Momenti di tensione durante la riunione congiunta delle commissioni Bilancio e affari costituzionali della Camera: a scatenare le polemiche dei componenti di Forza Italia è stato un emendamento proposto dal Governo sul canone delle frequenze Tv all’articolo 3 del decreto Milleproroghe. Emendamento che – sostengono dal centrodestra – chiede 50 milioni a Rai e Mediaset da redistribuire ad altri operatori: “Una conseguenza – affermano – della rottura del Patto del Nazareno”.

Dopo una discussione accesa l’emendamento, che prevede un congelamento del sistema di pagamento dei canoni d’ uso per le frequenze secondo il vecchio sistema, l’esame del provvedimento è stato accantonato, con un rinvio alla prossima settimana.

Secondo la delibera Agcom del 30 settembre, i cui criteri avrebbero dovuto essere adottati dal Mise nel fissare i canoni, si sarebbe determinato uno sconto di circa 50 milioni di euro per Rai e Mediaset, dal momento che con il passaggio al digitale le frequenze non vengono più pagate dai soli broadcaster ma anche dagli operatori di rete assegnatari delle frequenze, come del resto previsto da un decreto legge del 2012.

Sulla questione è intervenuto con un tweet anche Michele Anzaldi (Pd), segretario della commissione di Vigilanza sulla Rai: “Frequenze Tv – ha scritto il deputato sul social network – stop agli sconti per Rai e Mediaset. Cittadini tutelati e bloccato pasticcio Agcom.
Promessa mantenuta”.

Nel dettaglio entra invece Antonello Giacomelli, sottosegretario alla Comunicazioni: “Posso capire la tensione di questi giorni – afferma in una nota – ma suggerirei di tenersi ai fatti e non agli stati d’animo. L’emendamento in questione riporta alla piena titolarità del Governo la riforma delle norme relative al canone frequenze che abbiamo annunciato già da agosto 2014, anche con una lettera scritta ad Agcom”.

“Le norme vigenti non prendono compiutamente atto del passaggio dall’analogico al digitale e determinano quindi distorsioni e un onere eccessivo sugli operatori di rete – afferma Giacomelli – Tutti ricorderanno le polemiche che accompagnarono la relativa delibera Agcom. L’integrazione voluta dal Ministero dell’economia va letta come un giusto richiamo al rispetto degli equilibri del bilancio dello Stato: esplicita cioè un principio di finanza pubblica che è sempre presente e di cui sempre, nel complesso delle decisioni, occorre tenere conto”.

In attesa di stabilire le norme e rivedere le norme che regolano il settore, per il 2014, il Mise aveva chiesto con un decreto ministeriale un acconto del 40% della cifra pagata l’anno precedente. E l’emendamento proposto dal Governo mirerebbe così a tenere in vita per l’anno appena trascorso le vecchie regole, in attesa che le nuove impongano anche all’Agcom di rivedere la propria delibera.

Il provvedimento Agcom finito nei mesi scorsi nell’occhio del ciclone ridisegna i criteri di pagamento per l’uso delle frequenze radiotelevisive, spostando il baricentro dalle emittenti (che fino a oggi pagavano l’1% del fatturato) al valore delle frequenze utilizzate, e quindi dalle imprese editoriali a quelle tecnologiche (gli operatori di rete) che detengono i diritti d’uso delle frequenze.

Un regolamento, quello dell’authority, che aveva messo il Mise in una posizione scomoda, perché prefigurava due scenari ugualmente poco praticabili: se il Mise avesse dato applicazione alle norme Agcom così come sono, avrebbe infranto i principi della legge Monti del 12 aprile 2012, che prevede per il nuovo regime l’invarianza di gettito, il fatto cioè che non debbano verificarsi minori introiti per lo Stato. Secondo le nuove norme Agcom, infatti, nel 2014 la Rai avrebbe risparmiato circa 23 milioni di euro, e Mediaset 17,2 milioni, per un ammontare complessivo di minori introiti di circa 40 milioni di euro. Estendendo ai primi quattro anni il regime di pagamenti, i minori introiti per lo Stato sarebbero stati di quasi 105 milioni, e di 131 milioni nell’arco 2014-2021. Ma se anche il Mise avesse deciso di entrare con più decisione nel merito della questione, e stabilire di non rispettare la gradualità suggerita da Agcom, e partire subito dai contributi “a regime”, questo avrebbe potuto provocare ricorsi amministrativi a cascata dagli operatori, e aprire quindi uno spinoso fronte di contenzioso.

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