L'INTERVISTA

Cicchetti (Telecom Italia): “C’è bisogno di una Internet dei servizi”

Il direttore strategy di Telecom Italia interviene sul dibattito relativo alla governance della Rete: “Giusto che gli over the top paghino per una maggiore qualità dell’offerta al cliente: Google lo sta già facendo”

Pubblicato il 17 Lug 2012

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«Bisogna ridisegnare un modello di sopravvivenza. Tanti mestieri sono stati messi in crisi da Internet. La stampa prima; ora è il turno dei broadcaster e delle telco». Oscar Cicchetti, direttore strategy di Telecom Italia, ha una lettura che tocca i massimi sistemi per la questione del rapporto tra telco e over the top.
In sintesi, qual è il problema?
Finché resisteva un business ad alto margine, quello della voce, Internet best effort poteva restare così com’è. Ma se tutto diventa best effort, voce compresa, il nostro business va in crisi. Per i nuovi servizi over the top non serve l’intelligenza di rete. È sufficiente l’intelligenza ai bordi della rete: quella degli app store e dei terminali. La rete è vista dagli Ott solo come puro trasporto: possibilmente gratuito. Gli operatori chiamano questo problema de-coupling: devi trasportare sempre più cose facendo gli stessi soldi. La risposta immediata che diamo è l’efficienza della rete, ma non basta. Bisogna trovare un modello nuovo di sostenibilità in rete. È quello che propone Etno.
E lei è d’accordo con quella proposta?
Mi ci ritrovo molto. La proposta che condivido è la possibilità di avere due tipologie di servizio: best effort e servizi gestiti. Tutte e due le tipologie devono restare libere e aperte. Deve nascere quindi la Internet dei servizi gestiti, dove si possa pagare di più per avere di più. Per un operatore significa dare qualità, ad esempio più velocità o meno ritardo, in cambio di più soldi. Per l’Ott, significa pagare di più l’operatore per servire meglio il cliente. Ma questo di più può pagarlo alla fine il fornitore dei contenuti o il cliente. E qui c’è un equivoco nel modo in cui i giornali hanno interpretato la proposta Etno.
Quale equivoco?
Non è una proposta di nuova regolamentazione di Internet: è il contrario. Niente regole né su best effort né su Internet dei servizi. Tutto deve essere lasciato a rapporti commerciali tra soggetti economici. Se Google e Apple ritengono che serva loro maggiore qualità, pagheranno quanto ritengono giusto. Ci sono già esempi di Ott che pagano un premio per la qualià. Google, oltre ad avere la sua rete Ip mondiale, utilizza Akamai ed altri Cdn provider per migliorare la qualità e incrementare i ricavi. Così lasciamo nuovo spazio alla remunerazione delle infrastrutture. Altrimenti restano due possibilità, per sviluppare le reti a banda larga: la vacanza regolatoria (soluzione americana) o il finanziamento pubblico (soluzione asiatica).
Non c’è rischio che gli Ott facciano accordi solo con gli operatori più grossi? Si creerebbe maggiore concentrazione di mercato.
Non è questo che provoca concentrazione. Gli Ott non hanno interesse a selezionare, vogliono dare tutto a tutti. Il loro obiettivo è aumentare la base clienti ed essere quindi interconnessi con tutti gli operatori, anche con gli operatori minori.
I nuovi e piccoli fornitori di servizi e contenuti non potranno pagare l’Internet di qualità. E quindi si creerà una barriera all’ingresso di nuovi soggetti innovativi.
No. Un’Internet Company, per dare un servizio di qualità premium non ha bisogno di investire miliardi. Per valorizzare contenuti e servizi è facile trovare molti soggetti che possano fare intermediazione verso gli operatori. Già adesso gli studenti delle università e le start up trovano nello store Apple un veicolo per le proprie applicazioni. Nella proposta Etno si prevede esplicitamente il modello revenue sharing, che consente ai piccoli fornitori di servizi e contenuti di fare accordi direttamente con gli operatori per avere servizi di alta qualità pagando solo in funzione del successo del servizio.
Non è auspicabile che gli intermediari siano neutrali? Alcuni pensano a open web e Html 5 come piattaforme per il futuro della distribuzione di contenuti.
Ha detto la parola magica: Html 5. Lo sviluppo di questo standard ci dice che non sono necessarie piattaforme chiuse per raggiungere bene l’utente. Basta che ci sia il web. Se questo accade, il monopolio dei proprietari di piattaforme chiuse è destinato a crollare. Mozilla sta andando anche oltre l’Html 5: con B2G vuole sviluppare un sistema operativo basato sul browser open source.
Che capiterà alla fine di tutta questa turbolenza?
Quello che ho detto. L’Internet dei servizi capiterà. Sta già capitando.

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