L'INTERVISTA

De Brabant: “Un digitale ad hoc per l’Italia”

Il presidente di Between: “Dobbiamo digitalizzare un paese con i suoi asset e i suoi punti deboli, puntando a sviluppare i primi e attenuare i secondi. Ma è necessario trasformare i modelli di business: la filiera Ict si prenda le sue responsabilità”

Pubblicato il 02 Ott 2013

«Alla filiera dell’Ict non serve parlarsi addosso. Deve allargare l’interazione, il confronto. Non ha senso il Digital per il Digital. Dobbiamo digitalizzare un Paese che si chiama Italia. Per questo “Digital x Italia». Un Paese con i suoi asset e con i suoi punti deboli. La digitalizzazione deve puntare a sviluppare i primi e ad attenuare i secondi. Deve poter aiutare ad esportare il made in Italy e a sviluppare il turismo. Ma deve dare un contributo a ridurre la burocrazia e semplificare la vita di cittadini ed imprese”.

François de Brabant, presidente di Between accende i riflettori sui nodi ancora da sciogliere affinché l’Italia compia il grande salto nella digitalizzazione. “Nel nostro Paese parliamo molto di digital, ne sono ormai pieni tutti i media, ma non riusciamo a prendere coscienza della discontinuità che rappresenta e quindi della trasformazione che richiede”.

Presidente, come si può invertire la rotta?

Innanzitutto bisogna prendere atto della situazione. E l’evento di Capri (in programma in 3 e 4 ottobre, ndr) mira a registrare i nuovi elementi di discontinuità che questa, non a caso, chiamata rivoluzione, ci propone in continuo. È necessario monitorare la capacità del nostro Paese, del governo, del sistema delle imprese e del settore pubblico, per capire e reagire. E serve confrontarsi sulla base di interventi di importanti attori dell’offerta e della domanda, del governo e delle istituzioni. Il digitale con il fenomeno della consumerizzazione sta scardinando modelli di business classici. Dopo la musica, l’editoria – anche scolastica -, e il settore bancario il modo di fare la banca deve cambiare il modo di applicare l’informatica e il business delle telecomunicazioni. Non si deve trasformare solo la Pubblica amministrazione, l’editoria, la banca. Anche la filiera dell’Ict e la stessa offerta digital stanno e devono cambiare. Soprattutto per quanto riguarda i modelli di offerta e il go to market. L’evento di Capri cerca di dare un contributo offrendo uno spazio, ai manager, agli attori della domanda e della offerta che sono convinti che il cambiamento è forte, necessario e che richiede trasformazione per tutti e quindi che sia utile confrontarsi, scambiare non battute ma ragionamenti e soprattutto esperienze.

Le tlc dunque devono trasformarsi.

Il settore delle telecomunicazioni, che deve garantire l’infrastruttura necessaria a tutta l’innovazione digitale del Paese, ha un modello di business che non regge più e in Italia ha una serie di problemi aggiuntivi. La sua trasformazione è nei fatti uno dei più complessi e delicati problemi di politica industriale. Purtroppo a lungo sottostimato. In questi giorni e settimane devono essere prese decisioni importanti che saranno determinanti per tutto il processo di innovazione del nostro Paese. Anche su questo grande tema ci si confronterà in occasione della convention annuale di Capri con i principali protagonisti.

Secondo lei l’Agenda digitale è in linea con i nuovi modelli di business?

L’Agenda Digitale è difficile da concretizzare perché rifiuta l’informatizzazione per silos verticali e richiede al contrario di innovare i processi orizzontali. Serve dunque un cambio di paradigma che richiede anche una governance diversa a tutti i livelli di governo come nelle aziende. Il ritmo con il quale si sta proponendo questa discontinuità è in progressiva accelerazione ma richiede una corrispondente velocità di cambiamento e trasformazione. È sotto gli occhi di tutti come stia cambiando il modo di vivere di milioni di giovani e il loro modo di fruire dei servizi. Eppure il nostro Paese e la sua leadership fa chiaramente fatica a prenderne atto. I decisori pubblici e privati sono troppo conservativi.

E quale potrebbe essere la soluzione?

Non ci sono soldi, non c’è tempo e abbiamo bisogno di garantire l’interoperabilità dei servizi ormai non solo in Italia, ma anche verso l’Europa. Quindi abbiamo bisogno di creare un’onda d’urto e questa può nascere solo dalla realizzazione di grandi progetti che sono anche gli unici in grado anche di accedere ai tanti fondi che Bruxelles mette sull’innovazione digitale. E questi devono vedere attivi innanzitutto i grandi attori. Da qui l’avvio di una fase di sviluppo per tutta la filiera Ict e digital. Anche perché è questo settore che direttamente e indirettamente può generare nuovi posti di lavoro. Cercare di mantenere l’occupazione frenando l’innovazione è perdente.

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