De Puyfontaine: “Senza Vivendi nel cda Telecom una nave senza guida”

Il ceo della media company francese: “Sarebbe illegittimo se, dopo aver investito 3 miliardi, non fossimo rappresentati nel board”. “Favorevoli alla conversione delle risparmio, ma non a queste condizioni. Ci asterremo”

Pubblicato il 14 Dic 2015

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Vivendì non ha nessuna intenzione di ritirare la mozione all’ordine del giorno all’assemblea degli azionisti di domani per l’allargamento del board a quattro propri consiglieri, con il passaggio del board da 13 a 17 membri e l’ingresso in cda di Arnaud de Puyfontaine, Stephane Roussel, Hervé Philippe e Felicité Herzog.

. Lo conferma Arnaud de Puyfontaine, ceo della media company francese: “Considero che quella domanda sia legittima – sottolinea in un’intervista al Corriere della sera – Per un gruppo di qualità come Telecom Italia avere un board che non riflette il suo azionariato è come avere una nave senza guida. Come ho detto fin dall’inizio, Vivendi vuole sviluppare sul lungo termine una politica strategica d’investimento per Telecom. Ho già avuto occasione di precisarlo ai membri del governo che ho incontrato. C’è stato un completo allineamento”. “Crediamo nel piano del presidente Giuseppe Recchi – prosegue – abbiamo grande fiducia nel potenziale strategico che si può sviluppare tra Telecom e il nostro gruppo. Non abbiamo mai chiesto di entrare in consiglio. L’assemblea straordinaria è un’opportunità per ottenere il giusto riflesso della nostra posizione. Sarebbe illegittimo che Vivendi, che ha investito 3 miliardi, non fosse rappresentata”.

Telecom Italia ha bisogno di un’unità di comando tra il board, il suo presidente e l’equipe dei manager per potere realizzare progetti chiave per il Paese – è l’analisi di de Puyfontaine – Primo fra tutti, la banda larga, un tema sul quale siamo allineati con il governo di Matteo Renzi. E Vivendi, socio sopra il 20%, chiede di avere un ruolo”.

Poi il ceo di Vivendi conferma la propria partecipazione all’assemblea degli azionisti in programma per domani: “Confermo la mia presenza – prosegue – Sarebbe per me un grande piacere chiarire le nostre posizioni”, sottolineando che “non c’è alcuna relazione” tra l’astensione dal voto sulla conversione e il rischio che i grandi fondi boccino la richiesta di un allargamento del board con quattro presenze di Vivendi.

“La conversione – con 9,5 centesimi di conguaglio – avviene a livelli di sconto dell’8%, quando storicamente lo sconto tra ordinarie e privilegiate è stato piuttosto nell’ordine del 20% – spiega de Puyfontaine – Con quei valori entreranno nelle casse di Telecom 570 milioni. Mentre constato che con un premio di 12,5 centesimi la somma salirebbe a 750 milioni, con uno di 15 a 900. Noi siamo assolutamente favorevoli alla manovra. Non a queste condizioni. Per questo ci asteniamo”.

De Puyfontaine ha tra l’altro manifestato il proprio disappunto in un’intervista al Wall Street Journal, nei confronti dei vertici di Telecom Italia alla luce della possibilità che non venga soddisfatta la richiesta di ottenere i posti in Cda della compagnia telefonica.

Con una nota diffusa nel fine settimana Telecom Italia aveva preso atto della posizione di Vivendi nei confronti della proposta di conversione delle azioni di risparmio, rilevando tra le altre cose che l’operazione è stata proposta dal Cda con l’obiettivo di perseguire l’interesse della società e di tutti i suoi azionisti, ordinari e di risparmio.

Sull’eventuale ruolo di Agcom riguardo alla decisione di Vivendi di non votare sulla conversione delle azioni risparmio, il presidente dell’Authority Angelo Marcello Cardani ha mantenuto le distanze: “Sono cose interne alla società – ha detto a margine di un convegno della fondazione Ugo Bordoni – e l’Autorità non ha niente a che vedere, non è materia dell’Authority. Ho sempre creduto e credo in un’Autorità non invasiva, noi facciamo il nostro mestiere”.

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