De Puyfontaine: “Vivendi in Telecom per creare valore, siamo investitori industriali”

“Ingiustificati i timori per la nostra presenza nel cda. Vogliamo dare il nostro contributo dall’interno del board. Agiamo da soli, non a nome di terzi. Mai cambiato idea sulla conversione delle risparmio”

Pubblicato il 15 Dic 2015

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Un po’ a sorpresa, ma non troppo, all’assemblea di Telecom Italia in corso all’auditorium di Rozzano è intervenuto anche il ceo di Vivendi Arnaud de Puyfontaine. Ed ha voluto parlare proprio in apertura, subito dopo lo speech del presidente di TI Giuseppe Recchi e la relazione dell’amministratore delegato Marco Patuano. Ha iniziato in italiano, una specie di captatio benevolentiae verso l’auditorium (cha alla fine l’ha salutato con un largo applauso) salvo poi passare all’inglese.

Un discorso dai toni dialoganti, ma fermo nelle posizioni già espresse nei giorni scorsi, in particolare nel comunicato della società di venerdì scorso. Innanzitutto, ha ribadito la volontà di astensione sulla conversione delle azioni di risparmio in ordinarie perché ci sono aspetti non chiari da approfondire. Vivendi in linea di massima è d’accordo con l’operazione, ma prima vuole “discuterne” e capire, ad esempio, le condizioni della diluizione: “Come azionista numero uno, secondo noi è importante avere più informazioni”.

E poi, l’altro punto fermo: la ribadita volontà di avere quattro posti in un consiglio di amministrazione integrato da 13 a 17 membri. Così determinata, la scelta di Vivendi, che seduti in sala c’erano anche gli altri tre candidati al nuovo cda insieme a de Puyfontaine: Stephane Roussel, Hervé Philippe e Felicité Herzog.

“Ho letto che la nostra presenza nel cda di Telecom rappresenterebbe una minaccia per l’indipendenza del board. Non è così, sono timori ingiustificati. Invece, vogliamo avere l’opportunità di far parte del team, di lavorare al suo interno per aggiungere valore”.

Se ha tenuto duro sulle sue proposte, de Puyfontaine ha però voluto rassicurare azionisti e fondi (e la politica) che quello di Vivendi è un “impegno a lungo termine, industriale e non finanziario, rispettoso della grande rilevanza di Telecom Italia nel panorama italiano e internazionale”.

Vivendi crede in un “azionariato stabile”, per “lavorare in piena sintonia con tutti gli stakeholder e il governo verso obiettivi comuni e condivisi”. Proprio per questo “siamo investitori di lungo termine” e, in risposta a chi ventila la possibilità di agire in sintonia con Xavier Niel, “non siamo in Telecom a nome di nessuna parte terza”.

Se Patuano e Recchi hanno vantato i risultati raggiunti durante la loro gestione (a partire dal rafforzamento del 40% del titolo), de Puyfontaine ha ribadito riconoscendo l’azione dei due manager, ma anche insistito che la presenza di Vivendi (29 miliardi di capitalizzazione, 9 miliardi di cash flow da investire) è un valore aggiunto per l’azienda. “Abbiamo investito 3 miliardi in Telecom perché crediamo nel valore aggiunto che si può creare quando una società come TI si associa con una società di media come Vivendi. È uno dei casi in cui uno più uno fa tre. Vivendi vuole crescere in Europa: Telecom Italia può diventare un player importantissimo nella banda ultralarga, un gruppo latino-europeo che lavora con Vivendi. Investiremo in futuro in nuove iniziative media, per gettare le basi che rafforzino le posizioni di Vivendi in tutta Europa del Sud proprio partendo da qui”.

Quanto alle accuse che gli sono piovute addosso di avere modificato all’ultimo momento la posizione sulle azioni di risparmio, in sede di replica de Puyfontaine è stato netto: “Non abbiamo affatto cambiato idea ultimo momento. Non abbiamo infatti mai detto che avremmo supportato la misura E il comunicato che abbiamo emesso venerdì annuncia la nostra astensione per rivedere condizioni della conversione”

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