IL PROVVEDIMENTO

Decreto dignità, stretta sulle delocalizzazioni. Assocontact: “Norme di difficile execution”

Nella bozza al vaglio del ministero del Lavoro multe salate per chi sposta le attività all’estero nei 10 anni successivi alla fruizione di benefici pubblici e obbligo di restituzione. Il presidente dell’associazione delle aziende di contact center: “Così non si argina il fenomeno”. Sindacati soddisfatti. Nel pacchetto anche lo slittamento dell’obbligo di e-fattura per i benzinai

Pubblicato il 27 Giu 2018

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Stretta alle delocalizzazioni. Nella bozza del decreto dignità al vaglio del ministero del Lavoro si prevedono sanzioni da 2 a 4 volte i benefici eventualmente ricevuti per le imprese che spostano le attività all’estero prima che “siano trascorsi dieci anni dalla data di conclusione dell’iniziativa agevolata”. Il testo stabilisce anche che lo stesso beneficio venga restituito con gli interessi maggiorati fino a 5 punti percentuali.

Quale sarà l’impatto della norma, se approvata in questi termini, per il settore dei call center tra quelli più interessati al fenomeno delocalizzazione? Per Paolo Sarzana, presidente di Assocontact, si tratta di regole ancora troppo generiche per valutarne l’impatto sul settore: “Si dice- spiega a CorCom Sarzana – di voler multare le imprese e di richiedere loro quanto ricevuto di benefici pubbblici. Si tratta però di fondi erogati tramite programmi Pon o Por: mi chiedo dunque fattivamente come si possa effettuare un monitoraggio di questi ultimi 10 anni e poi a chi ridare le risorse? Allo Stato italiano alla Ue?”.

In più non si fa cenno a “dove” non andrebbero delocalizzate le attività: ad oggi non si può impedire ad un’impresa di spostare le attività in altro Paese Ue. “Se si rendono  più difficili le delocalizzazioni in Paesi extra Ue (in Albania, dove si parla italiano ci sono aziende attive ndr) – avverte Sarzana – si rischia di aprire la strada allo spostamento Paesi Ue dove la situazione è la medesima, in Romania ad esempio. Romania e Albania hanno caratteristiche simili: il costo del lavoro è basso e si parla bene italiano. L’unica differenza è che la prima fa parte dell’Unione europea e la seconda no. Se si è optato per questa norma con l’obiettivo di tutelare il perimetro occupazione italiano non si scelta la soluzione migliore. Le attività che oggi si svolgono in Albania non torneranno in Italia così come quelle “nazionali” non rimarranno qui, ma si sposteranno in Romania”.

A marzo 2017 l’allora governo Gentiloni aveva provato ad arginare il fenomeno delle delocalizzazioni con un protocollo firmato con i grandi committenti: Eni, Enel, Sky, Tim, Intesa San Paolo, Fastweb, Poste, Trenitalia, Ntv, Unicredit, Wind3, Mediaset e Vodafone che rappresentano il 65% dei committenti italiani.

L’intesa puntava a garantire che il 95% delle attività realizzate in via diretta fosse effettuato in Italia e che per i nuovi contratti, almeno l’80% dei volumi in outsourcing fosse effettuato sul territorio italiano e a prevedere strumenti di tutela dei lavoratori simili alla clausola sociale. Si interveniva anche sul costo del lavoro chiedendo la sterilizzazione della componente dalle offerte dei fornitori, ovvero l’esclusione delle offerte dei fornitori, se il costo lavoro orario è inferiore alle tabelle del ministero del Lavoro o a quello fissato da accordo sindacale.

Nel tempo, però, almeno stando alle critiche dei sindacati quel protocollo non ha sortito l’effetto sperato. E chiedono da tempo interventi sullo spostamento delle attività.

Secondo Salvo Ugliarolo, segretario della Uilcom, “al netto delle strategie di impresa, che ovviamente devono rimanere libere, è necessario rivalutare anche il concetto di responsabilità sociale. Un’azienda ha anche doveri nei confronti del Paese in cui opera. Spesso le aziende di call center , dopo aver fruito di contributi statali, decidono di delocalizzare”. Ecco perché vedono di buon occhio il tentativo del nuovo governo.

Nel pacchetto è previsto anche il rinvio al primo gennaio 2019 dell’obbligo di fattura elettronica per l’acquisto di carburanti da parte delle partite Iva, che potranno mantenere fino a fine anno anche la carta carburante. La misura dovrebbe valere solo per la vendita al dettaglio e non per tutta la filiera (con un costo stimato tra i 30 e i 50 milioni di euroPrevista anche l’abolizione del redditometro, visto l’uso “davvero limitato” dello strumento, e un rinvio al 31 dicembre dell’invio cumulato dei dati dello spesometro (la prossima scadenza sarebbe settembre).

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