L'INTERVISTA

Fusione Agcom-Privacy, Capone: “Convergenza doverosa, garantirebbe coerenza di azione”

Il Professore di Tlc del Politecnico di Milano: “Oscuramento del tema privacy? Esattamente il contrario. Senza la gestione dei dati personali l’economia della rete non esisterebbe nella forma che conosciamo”

Pubblicato il 31 Gen 2019

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“La convergenza tra il mondo delle reti e dei media da un lato e quello della gestione dei dati personali è già realtà da molti anni, e porre il tema della necessità di un’azione integrata delle autorità che hanno responsabilità nel controllo e regolazione del mercato su questi temi è assolutamente doveroso, e direi quasi tardivo”. Questa la vision di Antonio Capone, Professore ordinario di Telecomunicazioni nonché Preside della Scuola di Ingegneria Industriale e dell’Informazione del Politecnico di Milano. Una vision che ben si sposa con la proposta di fusione fra Agcom e Garante Privacy avanzata dal commissario Agcom Antonio Nicita con l’obiettivo di dare vita ad un’Authority unica sul Digitale.

Professor Capone, dunque è d’accordo con la proposta del commissario Nicita.

Le due Autorità sono nate nella seconda metà degli anni Novanta, che dal punto di vista di Internet sono un’era geologica fa, quando ancora non c’erano i social network e quando i dati non erano ancora l’elemento centrale di valore attorno al quale ruota tutta l’economia del digitale. La proposta di fusione avanzata dal commissario Nicita avrebbe l’indubbio vantaggio di garantire la coerenza di azione richiesta dalle forti connessioni delle materie trattate oggi dalle due autorità. È chiaro poi che ci possono essere criticità sugli aspetti di governo e organizzazione delle strutture che stanno dietro alle autorità, e di cui non sono esperto, e che potrebbero magari suggerire uno stretto coordinamento e non una fusione vera e propria.

Crede che la questione privacy potrebbe risultare penalizzata da un’eventuale fusione?

Su questo punto del possibile oscuramento del tema privacy a seguito della integrazione di competenze, penso che sia vero esattamente il contrario. Credo che ci sia veramente bisogno di guardare al tema privacy da una prospettiva diversa, che è quella che prende atto che senza la gestione dei dati personali l’economia della rete non esisterebbe nella forma che conosciamo. È anche stato detto che il tema della privacy è diverso perché attiene alla protezione di diritti fondamentali, mentre quello delle reti e dei media all’economia e al mercato. Ecco il punto è proprio qui, nel riconoscere che la protezione dei dati personali è un diritto fondamentale, ma anche che i dati personali sono ogni giorno in rete oggetto di negoziazione e scambio di valore tra utenti e fornitori di servizi. Il tema complesso che non si può più eludere è quello di arrivare a definire quali sono i diritti fondamentali che vanno protetti non solo sulla carta ma con strumenti che consentano a tutti gli utenti, ed in particolare ai meno esperti, di esercitarli, e quali invece sono gli aspetti che possono invece essere oggetto di negoziazione attraverso anche qui strumenti che siano sempre nel pieno controllo dell’utente finale.

Un’Authority sul digitale dunque sarebbe utile?

In linea di principio direi che un’Autorità del digitale potrebbe essere la soluzione alla necessità di coerenza di azione sulle varie tematiche fortemente interconnesse di questo mondo. Tuttavia occorre essere pragmatici, queste istituzioni sono fatte di persone e di strumenti organizzativi che ne assicurano il funzionamento. Occorre evitare di creare strutture troppo grandi e complesse, mentre è invece fondamentale garantire che le persone che vi operano siano altamente competenti sulle tematiche di cui si occupano.

Quali dovrebbero essere secondo lei le priorità in questo momento?

A meno di un anno dall’entrata in vigore della Gdpr cominciano a vedersi una serie di problemi di attuazione che sono proprio frutto di quell’equivoco di interpretazione della protezione dei dati personali solo come diritto fondamentale. Lo strumento principe che è stato identificato per la protezione è il consenso dell’utente al trattamento dei dati. Tuttavia in fase attuativa non si è costruito nulla che garantisca che questo strumento rimanga realmente in mano all’utente finale anche e soprattutto dopo che il consenso è stato espresso. Sono sicuro che se provassimo a chiedere a persone comuni quali consensi al trattamento hanno espresso avrebbero grandi difficoltà a rispondere. Ma soprattutto, se chiedessimo loro per i servizi per i quali hanno espresso il consenso come è possibile revocarlo o limitarlo solo ad alcuni dati, in larga maggioranza non saprebbero come fare. Il diritto è garantito solo sulla carta, ma non abbiamo strumenti né culturali né tecnici per esercitarlo realmente. La Gdpr è stata pensata per proteggere i cittadini europei dallo strapotere degli Ott. In realtà rischia di essere attuata favorendo proprio gli Ott che più facilmente riescono a raccogliere il consenso degli utenti. E, soprattutto, può arrivare a creare problemi agli altri a cominciare dai più piccoli che caratterizzano l’ecosistema europeo con una barriera d’ingresso nell’economia della gestione del dato insormontabile senza una comunicazione diretta con gli utenti finali.

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