LA SENTENZA

Google Italia, assoluzione definitiva sul video choc

La Cassazione conferma la decisione della Corte d’Appello: i tre manager assolti dalle accuse di violazione della privacy perché il fatto non sussiste. Il pg aveva chiesto l’annullamento dei proscioglimenti

Pubblicato il 18 Dic 2013

Nessuna responsabilità dei manager di Google Italia per il video choc, rimasto in rete per due mesi, nel quale si vedeva un minorenne di Torino disabile deriso e oggetto di violenze da parte dei suoi compagni di scuola.

La Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha infatti confermato il verdetto d’appello escludendo la responsabilità dei tre top manager di Google responsabili per l’Italia nel 2006, quando il video che destò tante proteste andò in rete. Il fatto “non sussiste” e le accuse di violazione della privacy sono di conseguenza infondate.

Il caso, conosciuto anche con il nome dell’associazione che ha depositato la denuncia, Vividown, implicava infatti una violazione della privacy del ragazzo vittima del bullismo. Il problema legale riguardava l’eventuale responsabilità di Google (e quella penale dei suoi manager) che, secondo l’accusa, avrebbero dovuto vigilare sui contenuti ospitati sulle piattaforme dell’azienda (come YouTube) e accertarsi che tutti i protagonisti del filmato (tanto più se minorenni) avessero dato il consenso al trattamento dei dati personali.

In primo grado, il 24 febbraio del 2010, il Tribunale di Milano aveva condannato a sei mesi di reclusione con la condizionale tre dirigenti di Google Italia per violazione della disciplina italiana in materia di privacy: David Carl Drummond (all’epoca dei fatti presidente del Cda di Google Italia), George De Los Reyes (ex membro del cda di Google Italia, ora in pensione) e Peter Fleischer (responsabile delle strategie sulla privacy per l’Europa). Nel frattempo, tuttavia, i familiari del minore disabile hanno ritirato la querela è si è anche consolidata la giurisprudenza europea in materia di non responsabilità degli Isp.

Così, in seguito al ricorso di Mountain View, la Corte d’Appello ha assolto i tre manager. Tuttavia gli inquirenti italiani hanno voluto arrivare fino al supremo grado di giudizio sostenendo che le piattaforme di video sharing come YouTube debbano essere dotate di specifiche misure di monitoraggio preventivo del materiale caricato, prevedendo inoltre il consenso informato da parte dei soggetti che sono protagonisti dei video messi online.

Nella sua requisitoria il sostituto procuratore generale Mario Fraticelli ha chiesto l’annullamento con rinvio dei proscioglimenti e invocato la celebrazione di un processo d’appello-bis, dal momento che “non si può pensare che chi offre un servizio su una piattaforma poi non si occupi di quello che viene caricato”. In base alla tesi del pg la diffusione dei dati sensibili è materia diversa dall’e-commerce di merci e servizi in quanto necessita di più stretta vigilanza. La Cassazione non ha accolto questa tesi.

Tra un mese circa saranno rese note le motivazioni del verdetto della Suprema Corte e si saprà meglio quali sono gli ambiti di responsabilità dei motori di ricerca per i contenuti che offrono.

Il video sul minorenne disabile era stato girato alla fine di maggio del 2006 e caricato sul web l’8 settembre dello stesso anno: è rimasto online due mesi, realizzando 5.500 contatti. Dopo una segnalazione, Google ha deciso di rimuoverlo.

Con la sentenza odierna della Corte di Cassazione l’assoluzione dei tre manager è definitiva. “Siamo felici che la Corte di Cassazione abbia confermato l’innocenza dei nostri colleghi. Di nuovo, il nostro pensiero va al ragazzo e alla famiglia. La decisione di oggi è importante anche perché riconferma un importante principio giuridico”, ha commentato un portavoce di Google.

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