OSSERVATRI POLIMI

Internet of things, è ora di fare rete

Oggetti intelligenti capaci di scambiarsi i dati. L’Italia è tra i paesi più avanzati con 5 milioni di “cose” connesse via cellulare per un valore di 800 milioni. Ma manca la messa a sistema. Alessandro Perego (Polimi): “Serve una visione di insieme al di sopra delle territorialità”

Pubblicato il 20 Giu 2013

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Internet of Things: oggetti intelligenti capaci di dialogare tra loro per scambiarsi informazioni. Lampioni che regolano la luminosità secondo la visibilità, semafori che interagiscono tra loro per facilitare il transito delle ambulanze, distributori di bevande che segnalano i malfunzionamenti e le necessità di rifornimento, irrigazioni agricole secondo le condizioni ambientali. Sono solo alcuni degli esempi dai quali pubbliche amministrazioni, imprese e individui possono trarre dei benefici. E non è un caso che anche l’Agenda Digitale abbia recepito queste potenzialità, incoraggiando gli investimenti, tra gli altri, nei settori della sanità, dell’energia e della mobilità.


“Il mercato delle soluzioni IoT connesse tramite rete cellulare – dichiara Alessandro Perego, ordinario al Politecnico di Milano e Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Internet of Things – ci vede addirittura tra i Paesi più avanzati. Più di 5 milioni di oggetti connessi tramite rete cellulare, per un valore di oltre 800 milioni di euro, sono un bel risultato”. Sicuramente ciò che non manca all’Italia sono le idee. Ma è la capacità di “fare sistema” che, spesso, è carente. Prendiamo il caso dello Smart Metering in ambito elettrico. Oltre 34 milioni di contatori intelligenti sono un traguardo di assoluto valore. “Tuttavia il loro sviluppo è avvenuto secondo logiche verticali e non sistemiche – continua Perego – tanto che, solo successivamente, ci si è concentrati sulla rete gas. Contrariamente all’Europa, che ha posto l’enfasi sul consumo energetico nella sua totalità, noi abbiamo sviluppato azioni separate invece che sinergiche”. All’estero, fin dal 2007, si è proceduto secondo una visione d’insieme: entro il 2020 ridurre del 20% le emissioni nocive e aumentare del 20% l’utilizzo delle energie rinnovabili, comprendendo nelle azioni programmatiche l’ampio ventaglio delle fonti energetiche. Sistema è la parola magica, che a noi manca.


Lo sfasamento temporale con cui sono state avviate le iniziative in campo elettrico, idrico e del gas, hanno generato sprechi e difficoltà a riallineare in tempi brevi le progettualità. È necessario sviluppare un modello di gestione dell’innovazione in Italia, che consenta di procedere al di sopra delle territorialità e che governi lo sviluppo, misurandone i risultati con regolarità. Ecco perché “l’Agenda Digitale italiana – sostiene ancora Alessandro Perego – deve superare la frammentazione e disporre di un soggetto di riferimento unico, che legittimi pesantemente l’operato dell’Agenzia e che proceda secondo un programma integrato”.

Un altro elemento, fonte di preoccupazione, è la PA. Da una parte non si possono negare gli sforzi di mettere a disposizione risorse ingenti nell’ambito di Smart Cities and Environment, dell’eHealth e dello Smart Metering, dall’altro non si possono negare alcune evidenze. Le ricerche effettuate dall’Osservatorio eGovernment della School of Management del Politecnico di Milano parlano chiaro. Quasi il 50% dei progetti di innovazione organizzativa e tecnologica avviati dai Comuni sopra i 15 mila abitanti non conseguono i risultati sperati. Quando riescono, invece, nel 40% dei casi vengono abbandonati dopo un paio d’anni per mancanza di fondi. A ciò si aggiungono difficoltà sia strutturali che culturali. La prime affrontabili a livello di pensiero politico illuminato e lungimirante, che veda una reale riforma organizzativa dello Stato, le altre con interventi di alfabetizzazione a più livelli, che mirino a riconoscere alle tecnologie il giusto ruolo nello sviluppo del Paese.


Le best practice di alcuni progetti pubblici locali, dovrebbero essere “messe in circolo” nelle vene del Paese, superando i “campanili”, la disinformazione e le gelosie territoriali. Ogni regione sviluppa la sua Agenda Digitale, non fa tesoro di quanto fatto – bene – da altri. Così si allungano i tempi di attuazione, si sprecano risorse e, in più, si alimenta lo sviluppo disarmonico dei territori. È ora di pensare a normative in grado di garantire una prassi snella e di supportare realmente il processo di rinnovamento e la creazione di adeguate competenze. La “cartina tornasole” sarà proprio la velocità di approvazione dei decreti a sostegno della diffusione tecnologica e delle start up innovative. Solo allora avremo la certezza che è stato compreso un concetto semplice e, ormai, non più da dimostrare: le tecnologie digitali generano valore.

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