SCENARI

Le telco dovranno trasformarsi in “super-aggregatori”. Il business model? Quello degli Ott

Il comparto vivrà nel prossimo decennio le trasformazioni più significative dall’ondata di deregolamentazione degli anni ’90. “Separazione più marcata tra infrastruttura e servizi retail e diffusione più pervasiva di nuovi servizi digitali”. Serviranno risorse per l’evoluzione a scala in chiave “digital proof”. L’analisi di Mauro Colopi, Partner di Bain & Company

Pubblicato il 17 Mag 2021

digital

Dare vita a una struttura 2.0 che integri i servizi principali all’interno di una piattaforma intelligente che combini servizi proprietari delle telco con elementi di ecosistema in una logica di “super aggregatore”, ripensando anche l’equilibrio tra elementi infrastrutturali e modelli “asset-light””: questa, secondo Mauro Colopi, Partner di Bain & Company, la strada maestra che le telco dovranno seguire per cogliere le opportunità offerte dalla digital economy.

Le aziende del comparto tlc nel 2020 – nonostante la forte spinta alla connettività provocata dalle restrizioni innescate dalla pandemia – non sono riuscite ad invertire una delle sfide persistenti del settore: offrire ai propri azionisti un rendimento particolarmente significativo, evidenzia il manager. “Le aziende del settore hanno registrato – tra febbraio e dicembre 2020 – rendimenti pari al 4,8%, una performance per gli investitori migliore soltanto di quella dei servizi finanziari (-0,6%). Per un confronto, i rendimenti medi totali del comparto del tech hanno registrato un rendimento del 34%, i semiconduttori hanno fatto addirittura meglio con un picco del 47%. Non solo: il divario tra il rendimento degli azionisti di questo settore e di quelli degli altri comparti si è ampliato dall’inizio della pandemia”.

Secondo Colopi il trend è fortemente legato all’attuale modello delle telco “che investono in misura rilevante sui core asset (servizi di connettività e infrastruttura), ma non con sufficiente focus e velocità sullo sviluppo di piattaforme di servizio digitale abilitate dalla connettività. Il risultato è che in diversi casi, i rendimenti dell’economia digitale abilitata sono stati colti da altri comparti, rappresentando un guadagno mancato per le società di telecomunicazione”. Peraltro le telco sono ora chiamate a cospicui investimenti infrastrutturali sul 5G, sull’espansione della rete in fibra e sulla virtualizzazione della rete, “ma sebbene gli investimenti siano positivi per sostenere la continua evoluzione tecnologica del settore, riteniamo che altrettanto importanti dovranno essere i finanziamenti per l’evoluzione a scala di nuovi modelli di business “digital proof”: generando modelli operativi più leggeri, “zero defect”, che permettano nel contempo di riappropriarsi di alcuni servizi digitali in logica di smart platforms”, sottolinea Colopi.

Nel corso del prossimo decennio, ci si aspetta inoltre che il comparto sperimenti le trasformazioni più significative dall’ondata di deregolamentazione degli anni ’90: “da una parte una separazione più marcata tra infrastruttura e servizi retail, dall’altra una diffusione sempre più pervasiva di nuovi servizi digitali, il tutto accompagnato da un ripensamento radicale del modello operativo, seguendo la traccia degli Ott, provando nel contempo a identificare gli elementi di distinzione necessari a proteggere il proprio posizionamento in questo mondo in profonda trasformazione. Questi trend stanno accelerando velocemente e questo attribuisce ancora più urgenza alle mosse strategiche da parte delle telco per adattare – o addirittura trasformare – le loro attività e modelli operativi”.

La chiave, secondo Colopi, sta nello sfruttamento più efficace dei dati, analytics e automazione. “La personalizzazione dell’offerta può portare un incremento del 2-4% dei ricavi B2C; un approccio “value-based rollout” delle tecnologie di rete può abilitare efficienze sugli investimenti infrastrutturali fino a +25% ed un incremento fino a quattro punti percentuali dei ricavi B2C abilitati; infine un “perfect service” si può tradurre in un abbattimento del Cost To Serve dal 15 al 35%”. Considerando i nuovi modelli di business “questi posso abilitare un “sum of the part” del valore d’impresa più elevato, con una maggiore chiarezza sul valore delle singole unità di business e delle prospettive e potenzialità di crescita. Non solo: garantirebbe rendimenti per gli azionisti maggiormente equilibrati tra la componente dei dividendi e la crescita dei ricavi, che potrebbe accelerare la crescita strategica su alcuni servizi digitali, introducendo nel contempo nuovi modelli di business e nuovi modelli operativi”.

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