AFFAIRE TELECOM

Meta: “Sì a Telefonica purché investa e non ceda il Brasile”

Il presidente della commissione Trasporti e Tlc della Camera: “Importante separare la rete per motivi di sicurezza, ma anche per aumentare la concorrenza”. Opa: “Basta giochi di scatole cinesi”

Pubblicato il 15 Ott 2013

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Un sì a Telefonica “condizionato” dall’impegno ad investire in Italia e non cedere asset rilevanti come quelli sudamericani. Michele Meta (Pd), presidente della commissione Trasporti e Tlc della Camera, dà al Corriere delle Comunicazione la sua visione dell’affaire Telecom-Telefonica, tracciando possibili scenari futuri.

Come giudica l’operazione Telefonica su Telco?

La situazione è molto complessa e dipende ancora da un numero elevato di variabili: negli ultimi giorni, per esempio, stanno passando di mano quote piuttosto rilevanti di Telecom e bisognerà vedere quali ripercussioni potrà avere tutto ciò sul nuovo assetto. Non mi meraviglierei troppo, lo confesso, se si stesse preparando una cordata alternativa a quella di Telefonica. In ogni caso, ciò che mi sta più a cuore della vicenda è l’aspetto industriale: chiunque possa fare meglio o di più dei predecessori sul fronte investimenti e sviluppo (mettendo innanzitutto risorse sulla banda ultralarga) è il benvenuto. La condizione è che si venga per fare investimenti e non operazioni finanziarie di basso cabotaggio. Sapere già che si mollano Brasile e Argentina non è incoraggiante: certo, le normative antitrust obbligheranno a cedere qualche pezzo, ma non si può pensare di venire qui avendo già deciso di vendere il ramo più redditizio.

Che ricadute sul sistema Paese e sull’occupazione?

Potrebbero esserci ricadute positive sul fronte occupazionale. Ma solo se ci saranno investimenti in fibra e non solo dichiarazioni, come troppo spesso è stato finora. C’è invece il rischio di una possibile ricaduta negativa sul lato della sicurezza – come ci viene detto anche dal sottosegretario ai Servizi, Marco Minniti – e allora è importante che ci sia un impegno allo scorporo della rete fissa, perché resti nelle mani del Paese. Una volta scorporata la rete fissa, si toglierebbe uno dei principali ostacoli alla concorrenza e probabilmente il mercato ne beneficerebbe, come ad esempio è successo sul mobile, dove le tariffe sono crollate dell’85% negli ultimi due anni. E questa sarebbe un’altra ricaduta positiva per i cittadini.

Crede sia utile rivedere le norme sull’Opa?

Al Senato è stata presentata una mozione pluripartisan che impegna il governo a rivedere l’azione sull’Opa e che, personalmente, approvo in pieno: è ora di mettere fine ai giochi che consentono con pochi spiccioli di acquisire realtà significative. Telecom è comunque un’azienda che si porta dietro una storia, un vissuto, 50 mila dipendenti: chi vuole comprarla faccia un’offerta pubblica di acquisto seria, allo scoperto, non si nasconda in quel gioco delle scatole cinesi che ormai dal 1998-1999 costituisce la scorciatoia naturale per il passaggio di mano dell’azienda. Faccio solo un esempio: Telefonica pagherà, in due fasi, circa 500 milioni di euro per mettere le mani su Telecom; appena poche settimane fa, Vodafone ha acquisito una quota analoga da Verizon in Italia pagandola più di 3 miliardi. Ossia sei volte tanto.

In vista di un potenziale consolidamento europeo del settore ha un senso difendere l’italianità delle rete di Tlc?

Se parliamo della rete in senso stretto, ossia della sicurezza delle informazioni che transitano nelle infrastrutture, allora ha senso difendere l’italianità. Se invece parliamo di italianità degli attori, ha molto meno senso, anche guardando a quello che sta succedendo nel mondo: Fastweb è degli svizzeri di Swisscom, Wind-Infostrada era egiziana e ora è russa con un pezzo norvegese, H3G è di Hong Kong, Vodafone è inglese. Ai fini dell’italianità importa che gli investimenti si facciano in Italia, che i capitali vengano reinvestiti in Italia e che il top management sia italiano: il resto, onestamente, importa molto meno.

Quali azioni metterà in campo il Parlamento nei prossimi mesi?

Il compito principale è quello di controllare in modo molto serrato i provvedimenti attuativi del golden power. Il governo ha fatto il primo pezzo, il golden power è la pistola fumante che si mette sul tavolo della trattativa con un possibile investitore estero, perché fissa le condizioni: obbligo di informazioni e possibilità di porre un veto sull’asset strategico rete. Sto pensando all’opportunità di una mozione per impegnare il governo affinché venga inserito nel nostro ordinamento il concetto di scorporo della rete, e comunque non escluderei atti di indirizzo per impegnare lo stesso esecutivo a esercitare una forte moral suasion verso i Paesi ai quali fanno riferimento i soggetti entranti.

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