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Oi dice sì ai russi: 2 mesi per fare l’accordo con Tim Brasil, sul piatto 4 mld di dollari

Il board della compagnia brasiliana accetta l’offerta di Letter One, società di investimenti del magnate Mikhail Fridman. L’advisor Btg Pactual a lavoro per una proposta a Telecom Italia

Pubblicato il 29 Ott 2015

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Iniezione di capitali russi per avviare il consolidamento in Brasile. Il Cda di Oi ha detto sì con voto unanime alla proposta di Letter One, società di investimenti guidata dal magnate russo Mikhail Fridman, ma ha chiesto di garantire un’iniezione di capitali di 4 miliardi di dollari invece di una cifra “fino a” 4 miliardi della proposta iniziale.

Il board ha poi chiesto di stringere i tempi da 9 mesi a soli 60 giorni per un accordo con Tim. Lo afferma il quotidiano Globo secondo il quale Oi e l’advisor Btg Pactual ora cominceranno a lavorare a una proposta a Telecom Italia per una fusione Oi-Tim.

Letter One è una società di investimento fondata e presieduta dal miliardario russo Mikhail Fridman, tra i proprietari – attraverso Alfa Group – anche di Alfa Bank, la prima banca privata russa. Il gruppo dispone di partecipazioni nei settori dell’energia, delle tecnologie e delle telecomunicazioni, inclusa una quota in Vimpelcom, proprietaria di Wind. Fridman è accreditato da Forbes di un patrimonio personale di 14,6 miliardi di dollari che ne fanno il secondo russo più ricco al mondo.

Telecom Italia, dal canto suo, ha fatto sapere di restare aperta alla possibilità di consolidamento in Brasile, ma con una serie di garanzie che al momento non sono disponibili, mentre il governo sembra essere l’arbitro di qualunque operazione

Nei giorni scorsi in un’intervista a Valor Economico l’Ad di Telecom Italia, Marco Patuano, ha precisato che senza una nuova struttura regolatoria, non se ne fa nulla, aggiungendo che una nuova regolamentazione del settore telecomunicazioni in Brasile potrebbe aprire la strada alla fusione.

La replica del ministro delle Comunicazioni, André Figueiredo, non si è fatta attendere: il governo non intende accelerare il dibattito regolatorio a causa dei possibili negoziati tra Tim-Oi. Quindi al di là della disponibilità più o meno presunta dei singoli attori privati il consolidamento in Brasile è un gioco in cui la politica sembra voler avere l’ultima parola.

Patuano, parlando di Oi, ha fatto riferimento a possibili ostacoli regolatori, ma Oi porta con sè altri problemi come evidenziano gli analisti. Secondo le stime più recenti Oi ha almeno 15 miliardi di reais (circa 4 miliardi di dollari) di “net contingent liabilities”, cioè esborsi possibili, legati principalmente a contenziosi fiscali con l’esecutivo.

Ci sono poi circa 9 miliardi di reais di “Judicial Deposits”, legati a contenziosi, la maggior parte dei quali sono peraltro collegati a giudizi con i quali hanno a che fare le autorità governative. E questi due elementi non esauriscono il passivo, perchè il debito netto arriva a circa 38 miliardi di reais, pari a circa 5 volte l’Ebitda di gruppo.

La concessione per la telefonia fissa di Oi scade tra meno di 10 anni, nel 2025, ed è probabile che non venga rinnovata, ma che la società debba partecipare a un’asta competitiva, fatto che comporterebbe oneri significativi per l’operatore. Un’eventuale fusione Tim-Oi comporterebbe la necessità di cedere parte degli asset in seguito a richieste dall’autorità antitrust, con una perdita significativa di clienti, rispetto alla somma aritmetica dei due operatori.

In un’operazione del genere sarebbe il Cade (antitrust) l’ostacolo principale, ma è anche necessario che Anatel (autorità per le telecomunicazioni) riconosca che un settore che necessità di forti investimenti ha bisogno di operatori altrettanto forti e quindi un sostegno dalle autorità.

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