Rangone: “Su Telecom basta con i dogmi all’italiana”

Per investire serve liquidità, sì alla cessione degli asset non core: è la tesi del numero uno degli Osservatori della School of Management del Politecnico di Milano. “La vendita di Tim Brasil non è necessariamente un male, la questione è non cederla a un prezzo non congruo”

Pubblicato il 16 Dic 2013

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«La vendita di Tim Brasil? Non è necessariamente un male. Bisogna smetterla con i dogmi. Qui la questione non è cedere o non cedere asset. Il tema vero è quanto si riesce a valorizzare gli asset. Va da sé che se il regolatore sud-americano impone una decisione in tempi serrati il rischio che Tim Brasil sia ceduta a un prezzo non congruo è alto». Andrea Rangone, a capo degli Osservatori della School of Management del Politecnico di Milano, se da un lato dice basta ai “dogmi” dall’altro lancia un “warning” sul futuro prossimo venturo.

Rangone, a che tipo di scenario andiamo incontro?

Ben venga cedere a un prezzo remunerativo gli asset considerati non core se consentono di fare cassa per spingere gli investimenti sul mercato italiano, come nel caso di Telecom Argentina, in particolare per la realizzazione delle nuove reti e più in generale per spingere l’innovazione. Schierarsi a favore o contro la vendita di un asset portando avanti esclusivamente la bandiera dell’italianità è un pregiudizio che non fa bene né a Telecom né all’economia italiana. Il business delle Tlc è capital intensive, ossia occorre avere molta liquidità. Telecom, come peraltro buona parte delle telco europee, non dispone di ingenti risorse da investire. La guerra delle tariffe al ribasso fra le varie telco, per conquistare sempre più clienti ha inevitabilmente impattato sui ricavi e la stretta regolatoria non ha certo contribuito all’affermarsi di “campioni” nazionali come invece avvenuto negli Usa. Per non parlare poi della pressione esercitata dagli Ott.

Quindi bisogna vendere tutto?

Non ho detto questo, ma ben venga una strategia che mira a cedere gli asset considerati non strategici o meno strategici se si ritiene che la priorità è il mercato italiano. La vendita di Tim Brasil, sganciata dalla decisione del regolatore, avrebbe comunque potuto rappresentare una strada possibile. Ora però che c’è di mezzo il regolatore bisogna fare di tutto per non “svendere”.

Crede che Telecom abbia un futuro?

Credo che in Europa assisteremo presto a un’ondata di merger & acquisition: ci sono troppi player sul mercato continentale e non potranno durare a lungo. Telecom è decisamente un’azienda appetibile: ha un forte debito, ma a livello di marginalità è messa meglio delle altre principali telco in Europa e riguardo al valore del titolo in Borsa è più o meno allineata. E l’azienda ha dalla sua parte un altro plus rispetto a parecchi competitor: ha ampliato il proprio raggio d’azione e oggi ha esperienza in molti campi: ha acquisito competenze IT, si è specializzata nel cloud, nella Tv e persino nella creazione di start up. Insomma ha un’elevata capacità innovativa da portare sul mercato e non è un caso se nel corso dell’ultimo anno grossi nomi del settore hanno manifestato interesse nei confronti dell’azienda. Oggi un operatore di Tlc non può pensare di giocare solo il ruolo di abilitatore. Intorno alla rete si possono creare business collaterali che possano competere con quelli degli Ott e aprire una nuova stagione imprenditoriale. Fra l’altro stiamo vivendo un vero e proprio paradosso: proprio nel momento in cui esplode la digital economy e in cui si fa prepotentemente strada la mobile economy le telco che hanno le risorse necessarie, la rete in primis, stanno soffrendo come non mai mentre gli Ott si arricchiscono sempre di più. Le telco devono tornare a prendersi il loro spazio.

Quanto alla rete, secondo lei va scorporata?

Lo scorporo è una possibile soluzione ma certamente non deve essere un’‘espropriazione’: va fatto nel modo corretto senza depauperare il valore dell’azienda altrimenti meglio l’equivalence of input tramite la separazione funzionale. In un business capital intensive come quello delle Tlc o si fa cassa oppure c’è bisogno di un’iniezione esterna di capitali. Una discesa in campo di Cdp può essere la strada da percorrere, ma non bisogna escludere altri soggetti interessati a partecipare alla partita delle nuove reti. Anche perché parliamoci chiaro: per fare la dorsale di nuova generazione serviranno molti soldi a meno di non volersi ritrovare fra 10 anni con un gap ancora più profondo accumulato nei confronti degli altri Paesi, a quel punto insanabile. Non è la prima volta che ci si trova a piangere sul latte versato. È il momento di passare all’azione e quindi unire le forze può rappresentare la strada più semplice per reperire i capitali necessari e contare anche sui fondi pubblici.

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