START UP

Salvo Mizzi: “La Cina vuole innovazione made in Italy”

Il responsabile di Working Capital di ritorno dall’Ittc di Pechino dove ha incassato l’interesse degli investitori: “Siamo già al lavoro con l’ambasciata su un programma di collaborazione. Le start up possono esportare Internet, non solo food e fashion”

Pubblicato il 02 Mag 2013

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“L’Ittc è il congress­o mondiale della tecnologia, lo stato dell’arte dell’innovazione. E siamo riusciti a portare una nuova immagine dell’Italia”. Salvo Mizzi, responsabile dell’acceleratore Working Capital, torna soddisfatto dalla missione a Pechino, dove ha partecipato con la delegazione di Telecom Italia all’importante forum che ha dedicato un’intera giornata proprio all’Italia. E’ stata notata qualche sedia istituzionale vuota, ma quel che conta è che i cinesi si sono mostrati particolarmente interessati al made in Italy digitale. Racconta Mizzi: “Quest’anno all’International Technology Transfer Congress, organizzato dal China Italy Technology Transfer Center, struttura creata dal governo italiano in collaborazione con il Ministry of Science and Technology del governo cinese per la cooperazione tra Italia e Cina in termini di innovazione tecnologica, c’è stata una grande novità: un’apertura verso i temi dell’innovazione bottom up con una speciale attenzione all’esperienza degli incubatori e degli acceleratori”.

In che cosa consiste questa svolta?

Il concetto fondamentale è che l’innovazione non passa più dai grandi programmi quadro e non solo dalle attività dei governi ma soprattutto dalla produzione di start up. E non è fatta solo da macchine, software e tecnologie ma anche da uomini e imprese. Questo è stato il mood generale, tanto è vero che per uno dei workshop gestiti dall’università di Stanford su come si produce innovazione oggi c’era la coda fuori, con in cinesi in piedi.

Perché tanto interesse?

Perché i cinesi stanno investendo molto sull’innovazione: solo a Pechino sono stati aperti 12 incubatori con una superficie media di 10mila metri quadrati. Sono quindi alla ricerca di modelli di successo. Io ho raccontato che cosa è successo in Italia negli ultimi anni e ho presentato l’esperienza di Working Capital, suscitando molto interesse. Sono stato subito intervistato da Radio China e sono stato avvicinato da alcuni investitori.

Che cosa chiedono?

Innanzitutto di accedere alla nostra repository di start up. Cosa che valuteremo. Comunque sono interessati a progetti di innovazione nel settore del mobile business e in genere nel mondo delle applicazioni.

Come andrà avanti la collaborazione?

Siamo già al lavoro con l’ambasciata per capire come strutturare il programma di collaborazione. Ci hanno già invitato al forum intergovernativo di novembre, chiedendoci di portare 12 start up. Abbiamo avuto numerosi incontri e ci hanno chiesto di portare lì la nostra esperienza di “acceleratori”. Per esempio a Tianjin, il grande porto di Pechino, 13 milioni di abitanti, un antico quartiere italiano, la città cinese con la maggiore crescita del pil. Mi auguro che il dialogo vada avanti rapidamente: è un’ottima opportunità per il made in Italy.

Perché parla di made in Italy?

Perché possiamo cambiare la percezione del nostro Paese, ravvivare l’interesse: non solo fashion e food ma anche Internet. Non siamo solo un grande Paese manifatturiero, ma siamo capaci di produrre innovazione. Grazie anche alle start up.

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