Sull’asta “alla tedesca” l’ok è bipartisan (o quasi)

Maggioranza e opposizione d’accordo sull’opportunità di indire una gara competitiva per lo spettro. Ma resta l’incognita emittenti locali

Pubblicato il 21 Giu 2010

La tv italiana passa al digitale, si libera spazio (frequenze) per
nuovi operatori tv e per quelli delle Tlc. Sembra facile, ma non lo
è: il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio
Vito
ha spiegato di recente che il Governo è attento al
problema, ma che per una “equilibrata transizione alla nuova
tecnologia televisiva” serve “cautela”, in particolare nella
“tempistica”, anche perché nel nostro Paese ci sono “quasi
600 emittenti locali e 21 reti nazionali”. La preoccupazione
delle tv locali si riflette in una interrogazione firmata da
duecento parlamentari di maggioranza e opposizione, sul piano
frequenze varato dall’Agcom. Ma è un tema “pretestuoso e
strumentale”, avverte Paolo Gentiloni,
responsabile del Forum Ict del Pd, secondo il quale “la gara
sulle frequenze, nonostante il piano Agcom, è ferma perché
l’Europa sa che Rai e Mediaset vogliono andare oltre i limiti
accettabili per gli incumbent”.

Via libera alla gara dalla Lega: “Siamo assolutamente favorevoli
– dice Davide Caparini, componente della Vigilanza
Rai – a un’asta alla tedesca, che consenta allo Stato di
monetizzare. Ma c’è anche l’esigenza di dare un dividendo
digitale alle tv locali”. Caparini rifiuta di gettare la croce
addosso agli incumbent, Mediaset e Rai: “È normale – osserva –
che ogni azienda chiede quanto più è possibile. Non si può
pretendere che non facciano i loro interessi”.

Luca Barbareschi è attore e produttore prima che
deputato Pdl, e forse per questo la sua visione appare eccentrica
rispetto ai fedelissimi di Silvio Berlusconi: “Il problema è
l’anomalia italiana rispetto a Mediaset: è talmente dominante su
tutto, anche sulla Rai – accusa – che qualsiasi progetto innovativo
per il Paese deve passare attraverso la visione di Mediaset”.
Insomma Barbareschi è scettico sull’asta, ma, avverte, “quella
è l’unica maniera sana di affrontare il problema. Certo, bisogna
trovare gente che abbia investimenti da fare, altrimenti va a
finire come la banda larga. Adesso si sono svegliati tutti, ma
all’inizio c’è sempre l’idea che le infrastrutture le fa lo
Stato e gli altri guadagnano, come i costruttori edili”. Il
problema dei soggetti che dovrebbero investire sul cosiddetto
dividendo è primario anche per Caparini: “A me sembra – avverte
– che in questo momento il mercato non sia così florido come fanno
intendere alcuni colleghi dell’opposizione”.

Ma Gentiloni teme “il festival del conflitto di interessi” nel
beauty contest per l’assegnazione dei multiplex: “Il Governo
Berlusconi – ironizza – ha qualche interesse nel ramo…”. Oltre
ai dubbi sulla “cautela” del Governo nella redistribuzione
della banda 800 agli operatori Tlc, c’è anche un altro tema,
quello dei contenuti televisivi: sul digitale si moltiplicano i
canali fotocopia, sia a livello nazionale che locale, e lo spettro
è inondato dalle televendite. “Chi paga per ultimo – sottolinea
Caparini – è l’utente: a noi viene chiesto di fare il cambio di
tecnologia e poi mi dai la stessa cosa che avevo prima con un
‘più uno’ o ‘più 24’ sul logo: allora mi compro un
videoregistratore e risolvo il problema”. La critica di
Barbareschi investe la struttura del sistema televisivo: “Altri
Paesi, come Francia o Spagna sono pieni di produttori indipendenti
e il pluralismo del digitale farà da volano a questa evoluzione.
Da noi invece c’è la strozzatura dei broadcaster che uccide la
crescita dei produttori, da noi si vuole spendere meno, si passa il
calcio, il porno e di identità culturale italiana siamo a zero. Ma
negli ultimi trecento anni i paesi che non hanno puntato sulla
cultura sono rimasti sottosviluppati. E noi vogliamo essere la
nazione dei grandi fratelli?”.

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