Telecom, il dado dell’ultrabroadband è tratto

Il piano industriale 2016-2018 segna una decisa svolta dopo anni di cautela negli investimenti. Banda ultralarga e nuovi servizi potranno fare la differenza. Recchi e Patuano si giocano tutto

Pubblicato il 16 Feb 2016

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Giuseppe Recchi e Marco Patuano hanno tratto il dado. Quello degli investimenti nell’ultrabroadband fisso e mobile. “Finalmente”, diranno soddisfatti quelli che lamentavano una certa titubanza dell’incumbent a scommettere nel mercato della fibra ottica. E ricordando come sinora la maggior parte degli sforzi sia stata dedicata a tecnologie di transizione, anche se efficaci, come il fiber to the cabinet che oggi consente velocità sino a 30Mbps, ancora lontane dai 100 mega che sono un po’ la terra promessa dei piani del governo.

“Attenzione all’equilibrio dei conti”, avvertono invece quelli che invitano ad andare cauti, considerando il peso che i nuovi investimenti potrebbero avere nella riduzione dell’indebitamento e nella crescita di un Ebitda ancora in fase di stabilizzazione. Visto l’andamento di oggi, la Borsa sembra dare ragione alle preoccupazioni di questi ultimi. Però, si sa, i mercati hanno spesso uno sguardo miope e vanno presi giorno per giorno. Gli investimenti a lungo termine, come sono quelli nella fibra, piacciono poco a chi specula nel day-by-day.

Non sono nemmeno mancate le considerazioni malevole di chi vede nella accelerazione di Recchi e Patuano un tentativo di compiacere, con i soldi dell’azienda, le pressioni del governo perché l’Italia si doti di una rete a banda ultralarga superperformante entro il 2020. Come c’è chi, invece, considera lo sforzo finanziario per la fibra come un cedimento al nuovo azionista francese Vivendi, bramoso di vendere i suoi contenuti sulle reti veloci di Telecom.

Tutte illazioni, sembra a noi, che trovano il tempo che trovano. Anche se non c’è dubbio che della pressione sull’acceleratore broadband saranno soddisfatti tanto il governo quanto i francesi. Purché, almeno per quest’ultimi, gli investimenti non vadano ad impattare sugli equilibri finanziari di Telecom. L’azienda, però, ha alcune cartucce da giocarsi per rafforzarsi finanziariamente per sostenere gli impegni: vendita dell’Argentina, cessione delle torri Inwit e conversione delle risparmio, per dirne tre.

Di sicuro, il consiglio di amministrazione non ha guardato con gli occhiali da miope quando questa mattina ha annunciato un piano strategico 2016-2018 che prevede 12 miliardi di euro di investimenti di cui ben 6,7 nella “componente innovativa”. Il management si sente sicuro del passo, a giudicare dalle parole di Recchi agli analisti: “gli investimenti saranno compatibili con gli obbiettivi di ritorno del capitale che ci siamo dati”. Altrettanto lo è Patuano: “Gli investimenti nell’ultrabroadband cominciano a rendere, sia nel mobile che nel fisso”.

“Componente innovativa” significa molte cose che guardano al futuro. Innanzitutto, va rilevata l’accelerazione sulle reti fisse con una forte attenzione anche alla fibra ottica cui sono dedicati 3,6 miliardi. Fttc, ma anche la più performante fiber to the home. A fine 2018 si prevede che la fibra ottica di Tim (nelle due versioni) raggiungerà una copertura dell’84% della popolazione (quasi il 100% dei cluster A e B), con un 20% raggiunta da Ftth.

In parallelo, è confermata la forte spinta sulle tecnologie mobili con una copertura Lte a 75 Mbps pressoché totale al 2018.

Recchi e Patuano puntano dunque tutto sulle reti ultraveloci, nella convinzione che la battaglia dei prossimi anni non sarà sui prezzi ma sulla qualità e sui servizi nuovi. La parola magica, dunque, è “Arpu”, il ricavato per cliente. Non più soltanto il numero delle sim o delle linee fisse.

E poi c’è un’altra Telecom nuova che emerge dal piano. In questo caso, la parola della speranza si chiama “convergenza”. E cioè l’offerta sulle linee veloci di servizi premium per i quali i clienti sono disponibili a pagare. Non a caso viene previsto un forte posizionamento nel multimedia entertainment: video, music, gaming, publishing.

E poi c’è l’altra scommessa: quella dei servizi alle imprese, in particolare cloud ed Ict. Con un’attenzione anche alle piccole e medie imprese che sono sempre più nel mirino di Telecom. Da società telefonica, dunque, a società incentrata sui servizi.

Il messaggio uscito oggi da Londra dove piano e risultati preliminari 2015 sono stati presentati è quello di una Telecom che guarda al futuro. La Borsa è stata implacabile. Ma il piano guarda al 2018. E, anche se avrà bisogno di molta “disciplina finanziaria”, oltre che di investimenti e clienti “premium”, c’è tempo per smentire i mercati. Almeno un anno, visto che Recchi e Patuano scadono nella primavera 2017. Sempre che i francesi di Vivendi, entrati ieri nel comitato nomine e controllo rischi, lascino fare. Ma questo è un altro discorso. Per ora vale soprattutto la costatazione che dopo tanti anni di ripiegamento in se stessa Telecom ha deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo e lanciarsi nell’era delle tecnologie digitali.

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