IL CASO

Telecom Italia, sim false: pm Milano chiede processo

Chiesto giudizio per 89 persone. La società indagata per la legge 231/2001

Pubblicato il 21 Dic 2012

Il procuratore aggiunto di Milano, Alberto Nobili, e il pm Francesco Cajani, hanno chiesto il processo per Telecom, imputata in base alla legge 231 del 2001 per la vicenda di oltre 500 mila schede sim ritenute false dall’accusa, perché intestate a persone inesistenti o inconsapevoli. Per la procura Telecom avrebbe realizzato un profitto illecito di oltre 129 milioni di euro. I pm hanno anche chiesto il rinvio a giudizio per 89 persone, tra cui 14 ex dipendenti della società.

Le indagini preliminari si erano chiuse a marzo e Telecom, come ricorda la stessa società nella sua relazione trimestrale, ‘aveva presentato già nel corso del 2008 e del 2009 due atti di querela e aveva provveduto a sospendere i dipendenti coinvolti nel procedimento penale (sospensione alla quale è seguito il licenziamento)’.

L’inchiesta, partita tre anni fa, ha coinvolto, oltre al gruppo telefonico anche Lucio Cattaneo, ex responsabile del ‘canale etnicò di tlc, i suoi due colleghi di allora Fabio Sommaruga e Michele Formisano (che hanno gestito rispettivamente il settore per il Centro-Nord e il Sud), 11 dipendenti e 85 dealer, cioè titolari o gestori di 66 punti vendita Tim sparsi in quasi tutte le regioni italiane, in particolare in Lombardia e Lazio. Nei loro confronti le accuse, che vanno dal marzo 2007 al marzo di tre anni fa, sono associazione per delinquere (solo per i dipendenti di Telecom) finalizzata alla ricettazione di schede sim e documenti di identità (intestati a persone mai esistite o inconsapevoli), e al falso in relazione, oltre agli stessi documenti di identità, ai contratti di attivazione delle schede e alle dichiarazioni di liberatoria per il trattamento dei dati personali. Inoltre è stato violato il decreto antiterrorismo che prevede l’identificazione degli utilizzatori con le schede sim.

Secondo la ricostruzione di inquirenti e investigatori, gli ex dipendenti Telecom avrebbero preso accordi con i gestori dei punti vendita ‘incriminatì per permettere la compilazioni di falsi contratti e, quindi, attivare illecitamente la scheda sim. I primi ottenevano bounus e incentivi per via dell’incremento di schede messe in circolazione, e i dealer il guadagno sul prezzo lievitato per il ‘servizio’ aggiuntivo offerto, ideale per chi voleva rimanere nell’anonimato per commettere reati. Telecom è stata indagata per non avere adottato modelli di prevenzione dei reati da parte dei responsabili del canale etnico e per non avere vigilato sulla correttezza del lavoro degli undici dipendenti.

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