LA RIORGANIZZAZIONE

Tim, Cigs per 30mila dipendenti. Sindacati sul piede di guerra

Per gestire i 2800 esuberi la compagnia avvia la procedura di cassa integrazione. Slc, Fistel e Uilcom: “Forzatura unilaterale che non servirà a superare le difficoltà”. Il 24 maggio incontro al ministero del Lavoro per l’esame congiunto del provvedimento. Intanto l’Ad Genish archivia il piano Elliott: niente vendita di Inwit né di Tim Brasil

Pubblicato il 18 Mag 2018

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I sindacati preparano la “battaglia” contro Tim. All’indomani dell’avvio da parte di Tim della procedura di Cigs per 29.736 Slc, Fistel e Uilcom sottolineano che si tratta di una scelta sbagliata che “oltre a non aiutare a risolvere gli indubbi problemi che vi sono, alimenta un clima di lacerazione con i lavoratori, l’esatto opposto di quello che sarebbe utile per superare le difficoltà indotte da uno scenario difficile e complesso quale è quello in cui si trova a doversi misurare Tim”.

Come nella documentazione inviata al ministero, la cassa integrazione riguarderà a rotazione 29.736 dipendenti per 29 giorni nell’arco di 12 mesi, che in termini economici equivale a 2.800 esuberi. Dall’avvio dell’iter al dicastero partono 25 giorni di trattativa tra azienda, ministero e organizzazioni sindacali per esaminare soluzioni alternative alla cassa.

I sindacati sono convinti che lo scenario di trasformazione digitale impone un necessario cambiamento di Tim. “In questo senso il progetto DIGiTim è una necessità sulla quale però gravano drammaticamente i colpevoli ritardi e gli errori commessi negli ultimi anni (cambio di tre Ad) – spiegano – durante i quali sono stati ripetutamente anteposti gli interessi a breve termine degli azionisti a scapito della capacità di innovazione compromettendo in tal modo il futuro industriale dell’azienda”.

Il futuro di Tim riguarda tutto il paese, deve coinvolgere le istituzioni e la politica nel suo complesso “e non può essere fondato su modalità unilaterali che non risolvono i problemi ed alimentano lacerazioni e conflitto e su strategie che antepongono alla prospettiva industriale dell’azienda l’utilizzo improprio di strumenti per esclusive finalità di risparmio nel brevissimo periodo”. Ecco perché respingono in maniera netta la scelta di Tim.

Eppure le alternative alla Cigs, dice a CorCom Salvo Ugliarolo, segretario generale della Uilcom: “Si potrebbe pensare alla solidarietà difensiva che avrebbe un impatto diverso sui lavoratori”. Ma per elaborare alternative serie bisogna che si riapra il confronto. “Sono 18 mesi che non si riesce a costruire un dialogo serio e costruttivo e la responsabilità è di tutte le parti in causa. Invece è proprio questo il momento di mettere da parte le frizioni e pensare al futuro di un’azienda cruciale per lo sviluppo del Paese”.

Il 24 maggio incontro al ministero del Lavoro per l’esame congiunto del provvedimento.

Intanto l’Ad Amos Genish, ufficializza l’archiviazione di buona parte del piano originario del fondo Elliott, che ha nominato la maggioranza del cda all’ultima assemblea del 4 maggio, mettendo il primo azionista Vivendi in minoranza.

Non ci sarà quindi la cessione della controllata delle torri Inwit, bisogna mantenere il controllo della rete fissa e, per quanto riguarda la cedola, le risorse vanno utilizzate primariamente per gli investimenti. Tim Participacoes non è in vendita e serve cautela se dovrà partecipare al consolidamento in Brasile. A dirlo lo stesso Genish, nella conference call con gli analisti, aggiungendo di avere il sostegno del cda. “Mente aperta”, però, sull’ipotesi quotazione in borsa della rete fissa.

Elliott che all’ultima assemblea ha dichiarato una partecipazione dell’8,85%, peraltro acquistata con margini e con un’ampia protezione di opzioni put e call, ha raccolto adesioni alla sua proposta di rinnovo del consiglio con un progetto piuttosto aggressivo che vedeva cessioni e un rapido ritorno al dividendo. Poi in prossimità dell’assemblea in cui si è votato il rinnovo del cda ha detto che aderiva al piano del ceo.

Secondo alcune fonti, senza questa mossa una parte dei voti si sarebbe spostata sulla lista Vivendi, primo socio del gruppo con il 23,9% del capitale, che, nella nomina del nuovo consiglio, ha perso di misura contro il fondo. Genish all’assemblea precedente aveva ricevuto il sostegno del 60% circa del capitale.

Vivendi torna a fare la voce grossa. A nemmeno due settimane di distanza dall’assemblea  dello scorso 4 maggio, in occasione dei conti trimestrali, chiusi con un balzo dei ricavi per il consolidamento di Havas, Vivendi fa capire in un inciso che non ha intenzione di mollare la presa sulla società italiana.

“La nuova governance” di Tim “preoccupa Vivendi”, scrive nella nota sulla trimestrale. “Il rischio di smantellamento (della società, ndr) e di una governance che non tenesse abbastanza in conto gli interessi degli azionisti potrebbe indurre Vivendi, come prevede la legge, a chiedere la convocazione di un’assemblea per proporre un rimaneggiamento del consiglio di amministrazione”, indica il gruppo francese. Insomma, all’orizzonte ci potrebbe essere una nuova battaglia a suon di azioni tra i due litiganti.

Vivendi resterà “estremamente vigile” per assicurare che il piano industriale 2018-2020 di Telecom Italia presentato da Amos Genish possa essere “attuato nella sua interezza”, ha ribadito il ceo Arnaud De Puyfontaine. Il manager ha riconfermato l’impegno di lungo termine del gruppo in Telecom Italia e ha ribadito che prenderà le necessarie misure per preservare il suo valore ed evitare lo “smantellamento”. Si è anche detto soddisfatto per la conferma di Amos Genish alla guida di Tim.

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