Tommaso Valletti: “Rai e Mediaset? Meglio senza torri”

L’economista: “Meglio che a gestire i ripetitori sia una società unica e regolamentata. Il loro valore va di pari passo con quello delle frequenze: ma in questo campo in Italia il caos è grande”

Pubblicato il 26 Feb 2015

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Il settore delle torri vive un momento di grande fermento. La quotazione a piazza affari di Rai Way, l’asta per le torri Wind, il prossimo Ipo delle torri Telecom e nelle ultime ore l’Opa di Ei Towers su Rai Way. Oltre a una serie di operazioni in corso all’estero, come la decisione di Abertis che sta lavorando alla quotazione a Madrid, con gli spagnoli che tra l’altro concorrono anche ad aggiudicarsi le torri messe in vendita da Portugal Telecom. Abbiamo chiesto un’analisi della situazione a Tommaso Valletti, ordinario di economia all’Imperial College London e all’Università di Roma Tor Vergata.

Valletti, perché tutto questo interesse dei mercati attorno al business delle torri?

C’è un aspetto industriale, che vede positivamente l’eliminazione della duplicazione di alcune infrastrutture. Con l’integrazione di questi asset si potrebbero tagliare in modo consistente alcuni costi di gestione e in questo modo recuperare efficienza. Sull’aspetto finanziario in sé non ho visto molte cifre ed è difficile pronunciarsi, la borsa è costantemente in cerca di notizie euforiche, che tipicamente sono di breve durata

Quali considerazioni possono aver spinto Mediaset a fare il passo dell’Opa?

Lascio stare anche qui le considerazioni politiche, sebbene nel nostro Paese siano spesso prevalenti. Oltre al possibile guadagno di efficienza, non possiamo dimenticare che il valore delle torri va di pari passo con quello delle frequenze trasportate sulle torri. In Italia la confusione è massima, specie nel settore televisivo. Basti guardare alla confusione che regna nel campo del canone delle frequenze, con il regolamento Agcom che ha tagliato i canoni che Rai e Mediaset dovrebbero pagare per le frequenze, e il Governo che ha di fatto sospeso queste norme chiedendo alle aziende un acconto per il 2014, in attesa di definire le nuove regole per l’intero settore. Se nel futuro, però, questi canoni saranno destinati a crescere nuovamente, ecco che il valore delle torri crescerà enormemente. Purtroppo le frequenze continuano a essere un argomento tabù nel nostro paese, dove parlare di gestione “opaca” della situazione è dir poco.

Quali sarebbero i principali nodi da sciogliere in termini di Antitrust?

C’è da valutare l’eventualità che si venga a creare una grandissima concentrazione di mercato, senza sapere con esattezza quali regole si applicherebbero per l’accesso alle torri. Di solito prima si stabiliscono le regole e poi si fanno le operazioni di M&A di asset strategici. Qui sembra tutto andare al contrario. Un ulteriore problema è che un gestore che fa capo a Mediaset sarebbe verticalmente integrato e dovrebbe dare accesso a un concorrente, la Rai. Questo genera un tipico problema di foreclosure (possibile chiusura del mercato, ovvero la fornitura di un input ai rivali a qualità più bassa). Paradossalmente, la Rai potrebbe ottenere risorse monetarie inizialmente dall’operazione di acquisto, per poi trovarsi strozzata nel futuro.

Tra gli scenari possibili si parla di separazione della rete o di unbundling, sul modello di quanto succede nelle tlc. Quale delle due strade sarebbe più percorribile?

Quasi ovunque la gestione delle torri è separata dalla trasmissione dei contenuti. Accennavamo prima ad Abertis: questo è un operatore specializzato in reti e basta, una società di ingegneria che fa lauti profitti grazie alle sue competenze tecniche. Nel nostro Paese, e qui torna in ballo di nuovo il tema delle frequenze, gli operatori sono integrati: questo è un fatto atipico. La strada migliore sarebbe la separazione, ma questo vuol dire che ovviamente Mediaset non potrebbe comprare Rai Way. Le dirò di più: sia Rai che Mediaset non dovrebbero possedere torri, mentre queste potrebbero essere gestite da una società unica e regolamentata.

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