L'INTERVISTA

Vatalaro: “Ict, burocrazia ostacolo numero uno”

Il professore di Telecomunicazioni alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di “Tor Vergata” e presidente del “Comitato Ngn Italia” dell’Agcom: “Bisogna abbattere i costi di transazione: fare impresa da noi è una vera impresa”

Pubblicato il 24 Gen 2012

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Abbattere i costi di transazione. È questa la chiave per aprire le porte della ripresa italiana secondo il professor Francesco Vatalaro, Professore ordinario di Telecomunicazioni alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma “Tor Vergata” e dal 2009 Presidente del “Comitato Ngn Italia” dell’Agcom. “Il maggiore ostacolo sul cammino italiano è la burocrazia. Fare impresa in Italia è una vera e propria impresa. E non solo per gli italiani. Le aziende estere sono scoraggiate dalle leggi e dalle lungaggini burocratiche e preferiscono investire altrove. E così si toglie al nostro Paese una chance importante”.
Il mondo delle tlc è in grave difficoltà. Le risorse da investire non ci sono. Le aziende stanno licenziando. Si può recuperare e tornare a crescere?
Il mondo delle Tlc, e dell’Ict in generale, è in crisi da prima dell’attuale congiuntura. La bolla di Internet provocò a suo tempo la perdita di migliaia di posti di lavoro e il fallimento di molte aziende. Di fatto è dall’inizio del 2000 che è iniziata una discesa ora diventata sistemica, anche a causa della crisi economica mondiale. L’immagine che il settore ha dato di sé nel decennio non è stata positiva. E i segnali al momento non sono buoni. È innegabile. Ma ciò non vuol dire che non si possa imparare dagli errori del passato: anzi, è da quegli errori che bisogna partire se ci si vuole garantire un futuro.
In che modo?
L’Ict deve conquistarsi la propria centralità nello sviluppo. È conclamato il rapporto fra investimenti in Ict e crescita del Pil. Dati della Banca Mondiale dicono che a 10 punti di crescita dell’Ict corrisponde nei Paesi occidentali un aumento dell’1,2% del Pil che sale all’1,4% nelle economie in via di sviluppo. L’Ict dunque crea benessere. E molti Paesi se ne sono resi conto mettendo in atto politiche adeguate. Non è il caso dell’Italia però. Il nostro Paese deve rendersi conto che i modelli di business sono profondamente mutati e adeguarsi alla situazione. Se si continua a lavorare seguendo i vecchi paradigmi della produzione di reddito non si va avanti. Occorre ripensare l’uso dell’Ict: non basta riempire gli uffici di pc e di connessioni a Internet, ma bisogna riadattare il sistema produttivo alle dinamiche dell’Ict. La PA, per prima, deve cambiare il proprio modo di essere produttiva.
Crede che in Italia ciò sia possibile?
È sicuramente una sfida difficile. Ma è ineludibile. Non c’è altra strada. Ed è arrivato il momento di smetterla di rimandare il problema. Non c’è più tempo da perdere.
Su cosa bisogna concentrare gli investimenti secondo lei?
Sicuramente sulle Ngn. E sarebbe un modo per rimettere in moto la macchina dello sviluppo e creare nuovi posti di lavoro. Nel breve periodo le opportunità si creerebbero per chi fa scavi ma successivamente si creerebbe un nuovo indotto, fatto di piccole e medie imprese che ruotano attorno alle Tlc e all’IT. L’Italia soffre del fatto che la maggior parte delle aziende è di piccole e medie dimensioni. Perdiamo le grandi aziende. Basti citare il caso Fiat e i rischi legati alla presenza dell’azienda nel nostro Paese. E poi ci sono le difficoltà delle aziende straniere, che a causa dell’elevata burocrazia fanno fatica a investire e spesso ci rinunciano. Ora, per fare in modo che le Pmi trovino il loro spazio a livello globale l’Ict è determinante. Lo sviluppo di servizi, quali l’e-commerce è solo un esempio delle potenzialità.
Ma le Pmi hanno le carte in regola?
L’Italia è un Paese dalla grande creatività. E parlo a ragion veduta: le università sono piene di talenti e i nostri giovani non hanno nulla da invidiare a quelli di altri paesi. Sono tanti i progetti e le iniziative in campo e non è vero che i nostri giovani non sono competitivi. Ma in Italia ottenere finanziamenti da parte delle banche è difficilissimo. E non funziona neanche il venture capital. Il problema, ripeto, sono i costi di transazione intesi come quella sovrastruttura che incide sul lavoro, di cui in Italia la parte preponderante è rappresentata dalla burocrazia. E le leggi in vigore di fatto criminalizzano chi rischia. Se in Italia non esistono storie alla Google non è perché non ci sono giovani del calibro di Brin e Page ma perché i nostri giovani non hanno le stesse opportunità: nessuno crede in loro, nessuno li sostiene finanziariamente. Eppure l’Italia potrebbe avere la propria Silicon Valley e competere a livello mondiale.

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