Vivendi, una nuova rotta per la nave Telecom

“Normalizzato” il cda, restano da scoprire le vere strategie di Bollorè. Con Patuano non si è trattato solo di mancato feeling. È probabile che cambino anche priorità e strategie

Pubblicato il 21 Mar 2016

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L’arrivo in Telecom Italia di un nuovo amministratore delegato al posto di Marco Patuano rappresenta più di un semplice cambio della guardia alla testa della società telefonica, come altri se ne sono avuti in passato.

Esso assume un significato più ampio: la piena presa di possesso di Vivendi dopo sei mesi di “commissariamento” indiretto della società telefonica. Iniziato il 15 dicembre con l’assemblea che ha dato il via libera all’ingresso di tre top manager francesi ed un membro indipendente in rappresentanza di Vivendi nel cda di Telecom.

Stando alle dichiarazioni degli uomini del gruppo francese, ulteriori scossoni nel consiglio di amministrazione non dovrebbero essere in vista. A meno di colpi di scena, da non escludere a priori, l’attuale cda dovrebbe pertanto arrivare indenne alla scadenza naturale del 2017.

Arnaud de Puyfontaine, amministratore delegato di Vivendi e membro del cda di Telecom Italia, nel corso dell’assemblea di dicembre aveva accusato Telecom di essere “una nave senza guida”.

Per prendere il pieno controllo dell’azienda non è bastato inserire nel cda tre top manager del calibro di Arnaud de Puyfontaine (ceo di Vivendi), Stephane Roussel (chief operation officer), Hervé Philippe (chief financial officer). In realtà, era il nocchiere che non andava bene ai francesi, come si è capito abbondantemente in questi ultimi mesi, a partire dalla vicenda della conversione in ordinarie delle azioni di risparmio.

Una pace, sia pure fredda, sembrava essere stata ritrovata dopo le tensioni emerse nel corso dell’assemblea di dicembre. L’appoggio di Vivendi al piano industriale triennale presentato da Patuano, molto impegnativo dal punto di vista degli investimenti, e la mancanza di muro contro muro espliciti nel corso dei cda di valutazione dei conti e preparatori dell’assemblea di bilancio del prossimo 25 maggio parlavano di una tregua in corso.

Ma la pace fredda è durata poco. La rottura definitiva fra azionista di riferimento (24,9%) e amministratore delegato è avvenuta nel corso del cda del 17 marzo conclusosi, tra l’altro, con una drastica svalutazione delle attività di Tim Brasil che ha portato i conti in rosso di 72 milioni

Questa scelta del consiglio non ha fatto ovviamente piacere a Patuano, così come non sono mancate le tensioni sull’ulteriore drastico taglio dei costi (dai 400 milioni previsti a un miliardo di euro) che è stato chiesto all’Ad. Così come non sono mancate le divergenze sulla cessione della società delle torri Inwit. Il patron di Vivendi Vincent Bollorè penserebbe di maritarle con l’Ei Towers di Mediaset piuttosto che con l’altra contendente, Cellnex-F2i

Ed è proprio su queste ultime tensioni che si è consumato il destino di Marco Patuano alla guida di Telecom.

La vera domanda, però, non è chi lo sostituirà. Anche perché la risposta ci sarà a brevissimo.

La vera domanda è: quale sarà il futuro di Telecom Italia targata Vivendi anche nella gestione oltre che nella proprietà di controllo? Per ora non c’è risposta. Non c’è risposta soprattutto perché il socio di riferimento Vivendi è salito a più riprese sino al 24,9% del capitale – sino cioè alla soglia dell’Opa -­ ma non ha fatto chiarezza sino in fondo sulle sue intenzioni.

Nel breve, chi si troverà ad affrontare la guida operativa di Telecom dovrà realizzare i tagli ipotizzati, suscitando probabilmente una potenziale tensione sociale interna di cui già si sono viste oggi le prime avvisaglie.

E non è detto che la neutralità dimostrata da Matteo Renzi sulla carta d’identità degli azionisti di comando possa rimanere indifferente a tensioni occupazionali troppo spinte.

E poi, se così pressante si fa l’attenzione al taglio dei costi, verrà veramente portato avanti il programma di investimenti previsto dal piano triennale 2015-2018? Oppure ci sarà un ripensamento a lavori in corso? Quali saranno gli effetti sulla trattativa in atto con Metroweb? Ed il “contenzioso” con l’Enel seguirà il suo destino con la costruzione di due network ottici paralleli nelle grandi città dove la società elettrica è presente o matureranno intese e prospettive diverse?

Detto altrimenti, la rete verrà ritenuta ancora un asset fondamentale per il business di Telecom o potrebbero aprirsi prospettive nuove, se non di scorporo del network quantomeno di realizzazione “condominiale” della nuova rete ottica? E, di conseguenza, con lo spegnimento progressivo del rame per accompagnare dolcemente la rimodulazione di un goodwill (circa 15 miliardi) del doppino da varie parti giudicato eccessivo?

Può veramente il governo italiano accettare che una rete di telecomunicazioni sottomarina come quella di Sparkle, così delicata per la sicurezza del Paese, sia interamente in pancia non ad una public company ma ad una società il cui socio di controllo è basato in un altro Paese? Che soluzione si troverà per un problema che per la politica è giocoforza ineludibile?

L’altra questione di fondo su cui non c’è chiarezza riguarda Tim Brasil. Patuano ne ha difeso l’”italianità” sino in fondo e a più riprese, già dai tempi in cui Telefonica era il maggior azionista. Adesso le cose potrebbero cambiare. Certo, la cessione o un matrimonio con Oi è meno interessante di un tempo, quando il valore del real non era ancora stato massacrato dalla crisi del Brasile e quel mercato assicurava ricchi profitti. Ma la svalutazione della partecipazione in Tim Brasil decisa nell’ultimo cda potrebbe facilitare l’uscita dal Paese mettendo la parola fine alla presenza di Telecom in Sudamerica.

Intanto, dopo l’uscita di scena di Patuano, il matrimonio tra Inwit e Ei Towers sembra più vicino, anche come effetto di quell’intreccio di relazioni personali e di affari tra Vivendi, Mediaset, Bollorè, Berlusconi, Tarak Ben Ammar che ha finito per coinvolgere Telecom Italia.

In uno scenario in cui la capacità di distribuire contenuti sembra diventata, almeno a parole, una carta importante nelle strategie di Vivendi, che neppure un anno fa è uscita da tutte le sue partecipazioni nelle tlc, salvo poi rientrare con Telecom assumendo la quota fino ad allora nelle tasche della spagnola Telefonica.

Ma Bolloré crede veramente a questo intreccio rete-contenuti, oppure la sua presenza in Telecom Italia, pur se massicciamente accresciuta negli ultimi mesi, è soltanto un investimento temporaneo, in attesa di passare la palla ad altre mani, più intrinseche alle telecomunicazioni? Detto altrimenti, ci sono Orange o magari la stessa Telefonica che scaldano i motori, sia pure ancora in sordina, dietro il paravento di Vivendi?

Di certo, Telecom Italia a parte, le ultime mosse di Bollorè più che per le telecomunicazioni, testimoniano di un forte interesse all’acquisizione di contenuti video. A testimoniarlo sono venute proprio oggi le parole di Silvio Berlusconi a proposito delle trattative per Mediaset Premium così come lo hanno evidenziato l’interesse di Bollorè per la società di produzione Cattleya fondata da Riccardo Tozzi e le manovre per diventare azionista di peso nel terzo gruppo mondiale di produzione di contenuti tv che nascerà dalla fusione tra Banijay e Zodiak.

Come si vede, molto resta da capire. Con la nomina di un amministratore delegato di suo gradimento, Vivendi sta per affidare la nave di Telecom Italia ad un nocchiero di fiducia. Verso quale meta farà rotta è però ancora tutto da scoprire.

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